Tra delicatezza ed elettricità, Le Sacre e il pubblico


Uno scroscio di applausi anche alla prima replica di domenica 8 de Le Sacre ha gravitato dalle logge alla platea per avvolgere i danzatori di Virgilio Sieni e il loro coreografo. Una banda di folli, come lui li definisce, che con le loro ali angeliche hanno delicatamente trasportato il pubblico del Comunale in una dimensione onirica e palpitante. Le radure di cui spesso Sieni ci ha parlato, anche durante l’incontro con gli spettatori, si sono palesate con un flusso di corpi, con i loro aloni e i loro nervi come una visione al microscopio. Un pubblico amatore, cioè che “ha amato” – come direbbe Sieni – e ancora in stato estatico ha dialogato con il coreografo esponendo impressioni e tentando di incunearsi nella sua poetica con un’onda di domande insieme al curatore Andrea Nanni.

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La grande novità e il fulcro dell’interesse è stato sicuramente il Preludio, accompagnato dalle vibrazioni calde e avvolgenti del contrabbasso di Daniele Roccato. La sensazione è quella di osservare una sistole e diastole di un corpo unico composto da sei fisicità diverse. Talvolta statuarie, talvolta apparentemente prive di materia. Ci appaiono sottoposte a un fenomeno di risonanza continuando a ripercorrere costellazioni di gesti con canoni dettati da braccia e sospensioni che esplodono per intensità andando poi a confluire in un ri-ordine d’insieme. Un’onda violenta che recupera morbidamente la sua compostezza. Una partitura di gesti che per alcuni è stata «toccante, positivamente sconvolgente». 
Visioni diverse invece per la Sagra della primavera: per alcuni dionisiaca, per altri primitiva o addirittura scoordinata. Ma l’obiettivo di Sieni non intende focalizzarsi su alcun significato narrativo, estetico o simbolico. Il suo è un lavoro non sul rito ma sulla ritualità del gesto e nonostante le interpretazioni e sensazioni individuali il messaggio arriva univocamente: la percezione di una scomposizione dei corpi e dei loro gesti, più o meno rituali. L’atmosfera cambia, si evolve ed evolve anche lo stato d’animo dello spettatore, forse anche grazie all’incalzante musica di Stravinskij che abbandona la liquidità del soffice Preludio per un’energia “triangolare”, protesa verso l’alto ma che in alto non arriva. Come il dono che attendiamo con un’attesa sempre più intensa e che a fine esibizione ci pare aver sentito lungo la spina dorsale, ma di cui non conosciamo realmente l’esistenza.

Alice Murtas

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