Creare per immagini. Intervista a Giuseppe Comuniello e Gaia Germanà

Nell’attesa di Pinocchio_leggermente diverso (in scena stasera 18 marzo alle 21 al Laboratorio delle Arti), c’è stato il laboratorio di Giuseppe Comuniello (danzatore non vedente) guidato in collaborazione con Gaia Germanà. Abbiamo colto questa occasione non solo per partecipare e vedere da vicino come nasce il gesto ma anche per intervistare entrambi e capire meglio la loro ricerca sul movimento.

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Quando vi siete incontrati per la prima volta? Com’è nato questo progetto con Virgilio Sieni?

Gaia Germanà: «Ci siamo incontrati per la prima volta a Cango (Cantieri Goldonetta, Firenze), Giuseppe già lavorava con la Compagnia Damasco Corner, progetto formato solo da non vedenti nato dopo l’incontro con Virgilio. Io mi sono avvicinata a Sieni ai tempi dell’Università, frequentavo il Dams di Bologna, e ho approfondito il suo lavoro collaborando, anch’io, con Altre Velocità. In seguito ho partecipato ad altri progetti interni all’Accademia dell’arte del gesto, nei quali seguivo i bambini. Più tardi è cominciato il lavoro con Giuseppe, che in occasione del progetto Écoute moi aveva danzato con una ragazza, Dorina Meta, anche lei non vedente. Giuseppe ha chiamato pubblico non vedente interessato a “vedere” questa performance, un modo per guardare uno spettacolo senza usare gli occhi. Nonostante il limite della vista, gli ospiti (provenienti dal Belgio, dalla Polonia e dalla Francia) hanno potuto assistere all’azione danzata restando ai bordi del palco, grazie agli accompagnatori- danzatori che dovevano raccontare lo spettacolo, non solo attraverso la parola, ma anche attraverso il movimento, andando a creare così altri duetti. Virgilio seguiva la pratica con attenzione, accorgendosi che tutto questo era arricchente sia per lui che per i danzatori vedenti e non. Era interessante portare a teatro una persona impossibilitata a guardare per raccontargli e fargli vivere l’esperienza della danza, tradotta da qualcuno che gli facesse esperire l’azione, danzando insieme e usando la manipolazione e la parola. Da qui che sono nate alcune linee di ricerca, le stesse che abbiamo cercato di sperimentare in questo laboratorio, ovvero: raccontare per immagini il movimento, muoversi da soli o in coppia, tentare di ascoltare l’altro attraverso il tatto, o nel modo che si crede più opportuno, per capire di cosa si sta parlando. Si crea quindi un dialogo che porta alla comprensione».

Giuseppe Comuniello: «Questa compagnia è stata una prova, un esperimento. In seguito è nata l’opportunità di andare in scena con Sieni. Abbiamo iniziato a lavorare sul corpo, io dovevo fare un lavoro enorme. Virgilio mi ha chiesto se mi sembrasse utile questo training, perché vedeva miglioramenti non solo per quanto riguardava la danza ma anche nella vita quotidiana. Così abbiamo pensato di creare una compagnia ad hoc per i non vedenti, con danzatori professioni e spazi per provare. All’inizio l’obiettivo non era arrivare a una produzione, ma semplicemente entrare nell’ambiente».

Ritornando al dialogo tra i corpi, all’ascoltarsi senza aver bisogno della vista, direi che voi siete l’esempio lampante di questa ricerca. Ho notato, durante il laboratorio, come Gaia cercasse di spiegare le nostre esibizioni attraverso le parole e soprattutto attraverso il tatto.

G.C.: «Sì, c’è molta tattilità perché facilita il racconto e diventa più veloce la comunicazione».

G.G.: «Questo è un discorso che si potrebbe fare anche per i non professionisti. Per capire la danza, secondo me, bisogna farla. Devi poter accedere dietro le quinte, capire come nasce il movimento proprio per percepirlo e ascoltarlo più profondamente. Andando in sala e ponendo l’attenzione su alcuni gesti e cominciando a praticarli, si inizia a osservare e a vivere la danza con un’altra attitudine. Per questo vogliamo che tutti danzino».

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Giuseppe, potresti spiegare meglio cosa vuol dire creare attraverso le immagini?

G.C.: «Il danzatore quando va a scuola di danza emula quello che fa l’insegnante. Quando ho lavorato con chi pratica la disciplina, il problema era appunto questo, quindi mi son chiesto come potevo far vedere un movimento. Spiegare tutti i gesti è lungo, difficile, non è preciso perché è proprio eseguendoli che si perde la concentrazione. Quindi abbiamo trovato un escamotage, un nostro vocabolario, una parola può indicare un punto di partenza e un punto di arrivo, per esempio “zero” vuol dire “allineati in piedi”. Lavoriamo sull’immagine motoria. Immagina di muoverti come un pesce. Come si muove un pesce? Solo in avanti, non si può muovere indietro, il movimento parte tutto dalla testa. L’idea era: cominciamo a muoverci perché la testa si muove. Oppure immagina di camminare sulla sabbia o di essere immersa nel miele. Questi viaggi iconografici danno tantissimi segnali corporei e specifici. Secondo me, si tratta di un tipo di percorso che ti resta dentro, resta nella memoria del corpo. Quando faccio uno spettacolo mi piace il processo che mi induce a ripensare all’essenza, e quindi al pesce o al miele, per ritrovare quel movimento».

Giuseppe, come descriveresti Pinocchio _ Leggermente diverso?

G.C.: «Come un viaggio, il mio viaggio nella danza».

Alessandra Corsini

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