Il viaggio di Pinocchio

La scena è povera, ricorda molto l’ambiente della fiaba di Collodi. Ci sono solo due tamburelli, sistemati all’interno di uno spazio tracciato da linee di nastro adesivo che delimitano lo spazio scenico, in modo da orientare Giuseppe Comuniello, danzatore non vedente. Diversi invece sono gli oggetti visibili fuori dal perimetro tracciato: una lavagna, un cappello appuntito e un ciocco di legno. È proprio fuori da questo perimetro che troviamo fin dall’inizio Pinocchio, in t-shirt gialla e pantaloncini corti neri, accucciato contro un muro laterale del teatro, impegnato a gustarsi un cono gelato. Così inizia il secondo spettacolo del progetto bolognese di Virgilio Sieni Nelle pieghe del corpo.

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Mentre il pubblico continua a entrare, Pinocchio a colpi di scopa uccide il grillo. Una morte immediata rispetto a quella che avviene in Babbino caro. Sono passati più di dieci anni dal progetto fiabesco di Sieni, dal Pinocchio malato che si avvicina implodendo verso la fine, incapace di comunicare se non attraverso una scansione ritmica ottenuta battendo il suo naso contro un microfono.
Giuseppe, al contrario, ci mostra ciò che sente, portandoci nel risveglio del burattino che a poco a poco scopre il proprio corpo e ciò che lo circonda, costruendo azioni autobiografiche. Sul fondo della scena appaiono in successione diverse frasi, tra le quali: «Sono Giuseppe, un ragazzo cieco» e «Ho iniziato a danzare nel 2009». Perché questa è la storia di Giuseppe e della sua iniziazione alla danza.

1.-PINOCCHIO-foto-Virgilio-Sieni
«Ogni articolazione e ogni parte mobile del mio corpo si sta rivelando come un universo che ora si apre un po’ alla volta ai miei occhi […] un tamburello se suonato con il naso può diventare quasi vivo».
Uno spettacolo ricco di dettagli. Lo spettatore in alcuni momenti deve decidere su quale soffermarsi: capire che immaginario personale vanno a creare gli oggetti nel danzatore e l’utilità che hanno nello sviluppo del suo movimento, lo spostamento di Giuseppe nello spazio, come se i suoi piedi fossero i suoi occhi e per finire la musica sperimentale di Michele Rabbia, esattamente in sintonia con Giuseppe. È come se ci fosse per tutto lo spettacolo un filo sottile che unisce il danzatore al musicista dovuto a un reciproco ascolto.
Il danzatore ha posture sempre sospese, osservate dal di dentro, alla continua ricerca di sostegni e abbandoni. In alcuni momenti si desidera essere lì con lui per proteggerlo, aiutarlo. Si crea un’empatia con chi osserva simile a quella di un bambino che, attraverso il racconto di una fiaba, riesce a vedere immagini che non appartengono alla sua realtà. Giuseppe vive la sua avventura come danzatore, la fiaba diventa l’opportunità di attingere al viaggio della vita con nuove risorse.

Camilla Guarino

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