Pinocchio e la metamorfosi (o forse solo la coscienza)

In silenzio appare un essere strano dal corpo ibrido. Dalla sua faccia sporge un lungo naso appuntito, che richiama il becco di un uccello. Con la scopa in mano spazza via un piccolo insetto, probabilemente un grillo.
Questa è una delle scene d’apertura di Pinocchio_leggermente diverso, il secondo appuntamento della rassegna Nelle pieghe del corpo di Virgilio Sieni.
Pinocchio, interpetato dal danzatore non vedente Giuseppe Comuniello, è in un palcoscenico semivuoto (la sala è gremita di pubblico). Il pavimento è nero, segnato con righe di scotch bianco, che delineano e tracciano un percorso tattile e segmentato. A un tratto il burattino tocca, apre e solleva un’anta che nasconde al suo interno uno specchio. Pinocchio e la sua figura sono l’uno di fronte all’altra. L’impressione è proprio quella di chi si specchia e di chi davanti a sé incomincia a interrogarsi.

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Ma l’anta viene richiusa. Il burattino ripercorre delicatamente, con lo scivolare del suo piede, le tracce di nastro adesivo che lo portano a esplorare gli oggetti presenti in scena. Li picchietta a scatti di naso e di testa, li rende tangibili, per poi spostarsi a una lavagna di carta sulla quale abbozza un disegno. Ha da qui inizio un dialogo sonoro con il musicista Michele Rabbia, visibilmente nascosto in questa aperta scena, che a colpi di suoni avvia una dialettica che segue, o si contrappone, al ritmo stesso prodotto e disegnato dalle mani del burattino.
La pragmatica energia che nasce dallo scambio dei due provoca la destrutturazione della forma di Pinocchio che inizia a intraprendere il suo cammino iniziatico, grazie anche alla partecipazione di quattro persone scelte dal pubblico che, entrando nel vivo dello spettacolo, lo sorreggono e lo trasportano in questa meta-trasformazione. L’inquieto e travagliato corpo di legno, con i rantoli della sua danza, spezza i fili che muovevano le sue articolazioni fino a raggiunge la parte intima e interna del suo essere. Il suo nuovo equilibrio, il suo riuscire a stare eretto con una gamba sola, in contrasto con la sequenza di saltelli affannati di cui il protagonista è in preda, descrive il pathos della sofferenza umana, che è continuamente alla ricerca di una propria stabilità interna. Il semi-burattino fa cadere il suo naso aguzzo, la metamorfosi è in atto. Elemento portante diviene la contrapposizione plastica visiva, sottolineata dalla presenza scenica di un bambino, che spia Pinocchio da un angolino e lo imita nella sua danza. Ma il semi-burattino non entra in contatto con la sua umanità, perché già l’ha ritrovata. Rifiuta e rifugge con le sue gambe che si flettono e si stendono nell’aria, che si articolano fuori da una cassa nera, quello che il racconto tradizionale vuole, la volontà di essere un fanciullo in carne e ossa, poiché ormai ha scoperto una nuova postura, una crescente materia del suo essere, che candidamente lo rende un Pinocchio_bambino, leggermente diverso.

Sara Fulco

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