Alla sostanza della vita. Altissima povertà

Ciò cui abbiamo assistito il 20 marzo al teatro Dom, al Pilastro, una zona periferica di Bologna, è stato, più che uno spettacolo, un vero e proprio incontro. Un incontro generazionale fatto di lenti e teneri sfregamenti, giochi di sguardi, sussurri; gesti e movimenti reciproci che improvvisamente si trasformano in piccole danze, cercando di armonizzare, attraverso il contatto e l’empatia, una comunicazione.
Le scene di Altissima povertà si svolgono all’interno di sei quadranti entro cui sono seduti, uno di fronte all’altro, rispettivamente un partigiano (o semplicemente un anziano o un’anziana) e un giovane; intorno a loro ci sono, seduti per terra in ogni riquadro, due o tre bambini.

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Le luci soffuse e la musica leggera di sottofondo ricreano un’atmosfera quasi mistica e, tra le canzoncine intonate a bassa voce dai più piccoli, i partecipanti all’incontro si sfiorano, si allungano, accennano abbracci, si sorreggono a vicenda e in tutto ciò cercano di conoscersi sempre meglio, venendosi incontro nel gesto e provando a dar vita a un racconto proprio, a un proprio particolare modo di relazione e ricezione del prossimo.
Anche tra gli spettatori sembra che si provino analoghe sensazioni, mentre passeggiano nel mezzo, tra un quadrante e l’altro e si accovacciano o restano fermi in piedi a fissare le scene, tentando anch’essi di instaurare un collegamento, una forma di sintonia con ciò cui stanno assistendo, con l’esperienza assolutamente fuori dal comune che stanno vivendo.

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Ed è proprio questo che vuole Virgilio Sieni, che si vivano e si comprendano sempre con maggiore consapevolezza queste emozioni, queste facoltà umane; è proprio questa l’essenza del suo progetto, insegnarci o anche solo ricordarci, attraverso queste rappresentazioni, quanto la semplicità di un gesto possa essere di sostegno, quanto una disposizione aperta all’ascolto giovi sia al prossimo, ma anche a se stessi e alla società nel suo complesso.
«Altissima povertà è una dimensione di gratuità che si posiziona al di fuori di tutto ciò che riguarda una dimensione di produttività del gesto; è un processo di ritorno alla sostanza della vita». Così il coreografo definisce questa sua originale composizione durante l’incontro che tiene subito dopo lo spettacolo con Andrea Nanni e Massimo Marino. Con questo “mantra” dell’ascolto, sembra metterci in guardia sul fatto che il contatto, la relazione, la risonanza appaiono sempre più come un sogno irrealizzabile in questi nostri frenetici giorni.

Carlo Errico

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