Abbracci: vieni via con me?



Domenica uggiosa, di quelle un po’ in sordina in cui trascorri le ore a pensare alla frenesia della settimana entrante. Biglietto alla mano mi avvio verso la calca che si accinge a riempire la sala del DOM ascoltando le ovattate raccomandazioni su telefoni e macchine fotografiche addolcite dal suono scricchiolante del parquet sotto i miei piedi. L’immagine davanti a me pare quella del carillon di ballerine colpito dalla calda luce dell’abat-jour che mia nonna mi lasciava accesa sul comodino prima di andare a dormire. Inforco gli occhiali e, nonostante metta a fuoco figure ben differenti, l’atmosfera è la stessa. Al centro della sala infatti dodici vecchietti inzuppati di luce ambrata sembrano formare una fitta boscaglia fatta di arbusti diversi: ricurvi, smilzi, tremolanti…

03 Gesto Abbracci©Virgilio Sieni (7)Ognuno con una corporatura unica e irripetibile che non ci colpisce per senso estetico ma per le forze e i venti dell’età che l’hanno lavorata. Con i loro tempi prendono posto nelle sedie poste in cerchio che vanno a limitare lo spazio intimo ed esclusivamente loro, attorno cui gli spettatori rannicchiati nell’ombra non possono far altro che sentirsi testimoni e curiosi intrusi di questa esperienza d’emozione e trasmissione. Come Sieni ci confermerà successivamente, i dodici seguono una sola regola: ascoltarsi. Si guardano, si scelgono e danno così il via a un cammino l’uno verso l’altro a coppie che si succedono, creando una tensione di attesa, un crescendo rossiniano d’affiatamento che avrà il suo apice nel dono dell’abbraccio. I passi sono diversi, a scatti o curati nell’articolazione del piede. Ecco forse lo zampino del coreografo-regista che, con qualche leggera nota prima di dare il via a questo spettacolo nato per essere un hic et nunc, ha guidato i partecipanti all’ascolto dei loro organi e delle loro articolazioni, dei dettagli del loro corpo, permettendogli così una compattezza e credibilità del passo, limitandone l’ampiezza per ottenere un lavoro di concentrazione, cooperazione e sostegno di ogni parte dell’organismo. In questo semplice ed elementare “piano sequenza” verso l’altro per stringerlo c’era tutto: l’intensità dello sguardo, l’invito a sorridere, la determinatezza del sostenersi, il lasciarsi con rispetto. Ripetuto all’infinito, ogni volta con qualcun altro. Nel loro incedere, incastrarsi e salutarsi, emergevano strade e soluzioni diverse, senza un ordine prestabilito ma lasciandosi attrarre e portare via dalla sicurezza della lignea sedia verso il centro lontano da tutto. Siamo stati lì una quarantina di minuti a vederli e poi ascoltarne le sensazioni e l’unica vera cosa che mi son portata a casa è stata una gran voglia di mostrare i miei palmi a qualcuno per sollevarlo dalla sedia, accompagnarlo vicino a me con i suoi tempi e abbracciarlo piano, come per la prima volta.

Alice Murtas

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