Le Sacre di Virgilio Sieni

Si apre il sipario, tre soli elementi sono in scena: il pavimento rosso, le pareti bianche e un unico corpo, un organismo composto da sei figure ordinatamente incolonnate, non al centro, ma su un lato del palcoscenico. Le note del contrabbasso di Daniele Roccato fanno da sottofondo alla scena, dove, nonostante l’accompagnamento musicale, tutto è fermo, tutto è visibile, tutto è scoperto, le stesse ballerine, tutto rimanda a un perso e nostalgico universo primordiale. Un universo in cui si percepisce quell’autenticità che ci è stata sottratta, che ci permette di comunicare “nudi”, senza veli, senza impalcature, che ci riporta a uno stato larvale, dove tutto deve ancora compiersi e dove tutto può essere riscritto.

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L’unico movimento percepibile, per il momento, è quello dei corpi che respirano, un respiro che diventa danza attraverso l’evoluzione di qualche piccolo e quasi impercettibile gesto, che, con l’enfatizzarsi della musica, acquista energia, fino a che non cresce e si esaspera, si tende, si piega, come fosse una sperimentazione pedagogica del proprio corpo e dello spazio circostante. L’apparenza embrionale delle figure, i tratti che non le distinguono tra loro, i gesti un po’ istintivi, poco fluidi e armoniosi, fanno pensare a un lavoro di conoscenza, a un primo ingresso nel mondo attraverso i sensi, alla capacità del corpo di adattarsi allo spazio in cui vivere, come una nascita, la scoperta del mondo al di fuori del ventre materno.

Una performance, più che una coreografia, che ci permette di assistere a un modo di stare al mondo, secondo l’idea del coreografo Virgilio Sieni, attraverso le azioni delle sei figure, che, essendo totalmente spersonalizzate, rendono universale la ricezione del messaggio di ritorno alle origini. Un Preludio, questo, che fa da ingresso al tema centrale e ne avrà lo stesso sapore.

Nel “secondo atto”, Sieni, ha reinterpretato il balletto intitolato La sagra della primavera inscenato per la prima volta a Parigi nel 1913, sull’ incalzante musica composta da Stravinskij. Qui abbiamo una storia, una trama che allontana, ancora una volta, la rappresentazione dalla coreografia, avvicinandola più al teatro e alla recitazione, manifestando l’esistenza dell’individuo attraverso il movimento accompagnato dalla musica , movimento sempre agitato, a tratti eccitato, a tratti confuso. La ripetizione di alcuni gesti, alcune figure formate dai personaggi sul palco, fanno pensare ad una sorta di ritornello nella strofa del ballo, che conferisce sacralità all’insieme, avvalorando la presenza di un rito, un’elezione, un sacrificio. La prescelta, infatti, con il volto dipinto di giallo e un collant scuro, ha connotati che la distinguono dalle altre figure, ancora una volta, invece, conformate tra loro: si è tutti uguali di fronte al divino!

Sara Coluccino

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