Cena Pasolini: l’iconografia fra Sieni e Pasolini

Dopo i cinque quadri che compongono lo spettacolo Dolce vita (annuncio, crocifissione, deposizione, sepoltura, resurrezione) diamo uno sguardo all’esperienza di Cena Pasolini che debutterà il 3 aprile al Palazzo del Podestà. È presente un forte richiamo all’Ultima cena di Leonardo da Vinci (databile al 1494-1498), ricercando attraverso una tenue variazione di movimenti il momento della passione, ovvero il fallimento dell’uomo. Quelle che Sieni metterà in scena sono cinque ultime cene, eseguite allo stesso tempo da un corpo unico di 65 interpreti, tutti disposti iconograficamente, che usano uno spazio come un pentagramma.

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Leonardo, ultima cena (restored) 01” by see filename or category – Milena Magnano, Leonardo, collana I Geni dell’arte, Mondadori Arte,. Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons.

I cinque tavoli corrispondono a coreografie che raccolgono debolezze e bruttezze, precisione e imperfezione, attraverso una corporeità data da dilettanti. In scena sono tutti non professionisti, come afferma Sieni «volti non ricercati, ma quasi capitati lì per desiderio»: si incontrano, si ritrovano e danzano come comunità. Non è solo questione di tecnica, qua c’è di mezzo la vita, l’esperienza individuale. Questo progetto, citando Pasolini, «dovrebbe avere, alla fine, la stessa violenza di una resistenza».
Il coreografo Sieni inoltre, ha parlato spesso di artisti rinascimentali che hanno influenzato i suoi lavori a livello iconografico; non a caso Pasolini amava la pittura: nei suoi film è sempre possibile riconoscere l’influenza dei grandi pittori, cosicché lui stesso è considerato uno dei maggiori “pittori” del cinema italiano. Costruisce, infatti, le inquadrature come scene dipinte, con riferimenti precisi alla tradizione figurativa. Per esempio, nel finale drammatico di Mamma Roma (1962) Pasolini cita un bellissimo quadro di Andrea Mantegna, il Cristo morto (1485): è chiaro che in questo modo, ancora una volta, vuole sottolineare il proprio amore per gli emarginati, per il sottoproletariato, per i “diversi” ai quali si sente vicino.

finale Mamma Roma e Il Cristo morto del Mantegna

Cristo morto
Mantegna Andrea Dead Christ” di Andrea Mantegna – Taken from [1]
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 In alcuni film ricorre ai tableaux vivants, cioè a vere e proprie “messe in scena” di opere pittoriche: ne La ricotta (un episodio del film RoGoPaG, girato nel 1963, di Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti) il regista ricostruisce in due sequenze gemelle, le repliche viventi di due grandi manieristi toscani, la Deposizione di Cristo di Rosso Fiorentino (1521) e la Deposizione del Pontormo (1526-1528).

Deposizione dalla croce
Rosso Fiorentino – Descent from the Cross – WGA20117” di Rosso FiorentinoWeb Gallery of Art:   Image  Info about artwork. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

 

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Jacopo Pontormo – Kreuzabnahme Christi” by Pontormo – Book scan (Manfred Wundram: Renaissance, S. 69, Köln: Verlag Taschen 2007, ISBN: 3-8228-5295-3 / ISBN 978-3-8228-5295-8). Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons.

Possiamo ripercorrere il tema a carattere religioso tramite il lungometraggio diretto da Pier Paolo Pasolini nel 1964, dal titolo Il vangelo secondo Matteo. Il film girato in B/N propone fedelmente la versione della vita di Gesù Cristo raccolta nel Vangelo secondo Matteo. La storia è quella della nascita, vita, morte e resurrezione di Gesù, secondo lo schema narrativo del cinema cristologico. La scelta di San Matteo non è casuale; Pasolini ritiene la versione dell’apostolo Matteo quella che più d’ogni altra mette in risalto l’umanità del Cristo, il suo essere uomo tra gli uomini. La particolarità di questo film consiste nel suo carattere religioso e insieme laico, che a suo tempo, fece sensazione e scatenò un aspro dibattito intellettuale sulla stampa.

Il vangelo 1
Pasolini e Irazoqui

Il Vangelo secondo Matteo viene realizzato in diverse località, senza seguire una traccia geografica precisa, ma concentrandosi negli ambienti rupestri di varie regioni dell’Italia centro-meridionale: Lazio, Puglia, Basilicata e Calabria. Le musiche sono di Bach, Mozart, Prokofiev e Webern; mentre le musiche originali di Luis E. Bacalov. Il regista utilizza attori non professionisti (caratteristica presente anche in Cena Pasolini) e comparse scelte tra la locale popolazione contadina; molti amici dello stesso Pasolini partecipano alle riprese e tra questi alcuni intellettuali come Natalia Ginzburg (Maria di Betania), Mario Socrate (Giovanni Battista), Marcello Morante (Giuseppe), Alfonso Gatto (Andrea), Giorgio Agamben (Filippo), Francesco Leonetti (Erode II), Enzo Siciliano (Simone), Juan Rodolfo Wilckok (Caifa). Nelle vesti di Cristo troviamo il giovane catalano Enrique Irazoqui, anch’egli dilettante: è attualmente scacchista e professore di letteratura spagnola. Un Gesù carico di tristezza e di solitudine, in cui Pasolini riversava la sua «nostalgia del mitico, dell’epico, del tragico», per usare le sue parole. Una nostalgia o una “resistenza” che si contrapponevano a quel che odiava di quel suo tempo: grigiore cinico e brutalità pratica, disponibilità al compromesso e al conformismo (ha scritto pagine acutissime, su questo, Nico Naldini). Un tempo che non amava, al quale si opponeva in una tensione continua fra nostalgia e profezia e contro il quale evocava, qui e altrove, «la scandalosa forza rivoluzionaria del passato». Un film quasi senza tempo, Il Vangelo secondo Matteo, come tutti i capolavori, ma di cui solo il suo tempo può farci comprendere l’impatto.

Valentina Fiori

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