Memorie del corpo. Intervista a Giulia Mureddu

Ho incontrato la danzatrice e assistente alle coreografie Giulia Mureddu (IT/NL), della compagnia di Virgilio Sieni. Dopo aver ascoltato le diverse esperienze degli amatori in questo progetto, non poteva mancare, per il nostro blog, la voce di una professionista del suo calibro, per ascoltare un’opinione sulla rassegna da chi la anima in prima persona. Classe ’73, La Mureddu ha studiato Contemporary TheaterDance presso l’Università di Belle arti di Amsterdam. È proprio in Olanda che ha fatto emergere i suoi primi progetti, spostandosi comunque molto grazie a programmi di scambio cui ha preso parte. È anche una delle fondatrici di Danslab all’Aia, un centro di ricerca di danza.

Giunti a questo punto siamo agli sgoccioli della rassegna, tutto sembra provenire da un ingranaggio perfetto che è composto, paradossalmente, non solo da professionisti. Finora abbiamo sentito la campana degli amatori, ora, invece, a te la parola. So che collabori alle coreografie di Virgilio Sieni, qual è la chiave, cos’è che fa funzionare la collaborazione tra te e Sieni?

Da parte mia una curiosità che viene sempre rinnovata. Ogni volta riesco ancora a meravigliarmi dei progetti che imbastisce e del suo approccio con le persone. Da parte sua credo che probabilmente sentirà questa cosa. Aiuta molto anche la mia esperienza di lavoro come danzatrice, che è ormai lunga, ma anche come coreografa e di lavoro, di approccio con le persone.

Da quanto tempo collaborate?

Praticamente tre anni.

A proposito degli amatori di cui ho parlato prima, so che hai dato il tuo contributo alla preparazione di Altissima povertà.

Sì, io ho lavorato soprattutto con i bambini.

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E qual è stato l’approccio che hai dovuto utilizzare con loro?

Ho lavorato con un gruppo misto, alcuni facevano parte di scuole di danza, altri non avevano avuto altre esperienze di avvicinamento alle scena. Nello specifico, per Altissima povertà, dato che era tutto giocato sull’incontro istantaneo con questi anziani, l’intento era sensibilizzare i bambini all’ascolto, dopo soli due laboratori. È stato un processo molto breve, comunque sono stati di sicuro in grado di instaurare un dialogo con gli anziani che avevano di fronte. Certamente è servito loro per trovarsi più concentrati, a pensare meno alla performance, ma più all’incontro stesso.

A proposito di questi spettacoli/performance, abbiamo parlato tantissimo nel blog del fattore improvvisazione, che Sieni ama chiamare variazione. Da ballerina, quanto c’è di improvvisazione nel momento in cui entri in scena? Soprattutto in merito a Le Sacre cui hai preso parte.

Dipende molto da come è stato costruito il lavoro. Il Preludio è una parte molto più libera, ci sono tante chiavi che dobbiamo seguire, una specie di partitura dove abbiamo degli appuntamenti molto precisi, però l’approccio generale è molto più aperto. La Sagra della primavera, invece, è costruita in maniera molto più matematica, più strutturata. È importantissimo comunque non scadere nell’automatismo, ma comportarsi come se si improvvisasse sempre, soprattutto nella Sagra, dove ci sono dodici ballerini in scena e il materiale è molto denso, concitato, l’orchestra suona con tempi a volte imprevedibili, quindi l’interprete deve essere molto aperto e lasciare spazio al momento. Ma anche in lavori con non professionisti come Altissima povertà, spettacolo basato sull’incontro istantaneo, non è stata fissata nessuna regola precisa. Altri lavori sempre con non professionisti come sarà Cena Pasolini, invece, sono frutto di un lavoro molto più coreografico e di memoria.

A questo proposito, che anticipazioni puoi darci in merito a Dolce Vita e Cena Pasolini?

Dolce Vita ha delle fasi molto chiare, scandite, principalmente quelle di gruppo che sono molto codificate; molte altre, invece, sono libere. Dolce vita rispetto alla Sagra ha molta più libertà. Quelle di Cena Pasolini sono coreografie molto, molto codificate e il lavoro della memoria diventa interessante nel momento in cui devono esercitarla persone che, da amatori, non sono abitatuate a metterla in pratica in termini che sono per noi quotidiani: la memoria del corpo.

dolce-vita.jpg

Dolce Vita

Abbiamo capito che per Virgilio il nudo è liberare il corpo, tornare alle origini, è universalità, nudo letto con tante chiavi diverse. Avendolo interpretato tu stessa, com’è per te? Come lo hai affrontato?

Innanzitutto, una volta denudate, l’approccio al movimento diventa molto diverso. È stato interessante vedere che, provando il pezzo vestite, durasse cinque minuti in meno. Un’esposizione del corpo non nel senso del pudore o non pudore, al contrario dello scoprire, del mettere in evidenza particolari che altrimenti non verrebbero fuori, non verrebbero né visti, né sentiti da parte nostra.

preludio

Il titolo della rassegna è Nelle pieghe del corpo, ma cosa mi dici delle pieghe dell’anima?

(Giulia ride, divertita) Molto, molto connesse nel mio caso con le pieghe del corpo.

Quindi nel momento in cui entri in scena porti l’uno e l’altro: oltre a un lavoro sul corpo fai un lavoro molto introspettivo?

Sì, il lavoro sul corpo è quasi un processo a zig-zag, da una parte all’altra e viceversa.

Sara Coluccino

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