Nelle pieghe del suono. Musica e danza per Virgilio Sieni

La musica ha avuto un ruolo importante in questa rassegna che già dal nome, Nelle pieghe del corpo, anticipa la poetica di un coreografo che ha dato vita a una vera e propria passione collettiva per la danza. Si sono avvicinati a lui molte persone comuni, gente che non avrebbe mai pensato di salire su un palco, che ha riaperto il proprio scrigno colmo di sogni per esaudirne uno, magari quello che immaginavano da bambini. Per questo, probabilmente, i protagonisti e amatori di questi spettacoli si sentono ringiovaniti, è come se la vita riconquistasse un senso, un ritmo, un modo per non cadere nella monotonia, grazie a un nuovo metodo, un inedito modo di esprimersi che crea, a detta di tutti, assuefazione e benessere. Un progetto che ambisce non solo a creare una comunità ma anche a dialogare con altri mezzi, con altri linguaggi: ripercorrendo il suo percorso vediamo continue citazioni iconografiche prese da film d’autore o dalla storia dell’arte. Ma Sieni non si limita solo a questo, si accosta anche a compositori di vecchia data che hanno segnato la storia della musica, a quelli contemporanei e alla musica sperimentale.

foto dolce vita roccato web-2

Ricominciamo dall’inizio. Il connubio tra vecchio e nuovo ha funzionato benissimo all’apertura di questa rassegna in cui è stato possibile ascoltare Minima Colloquia di Daniele Roccato, rinomato contrabbassista solista e compositore contemporaneo, e La sagra della primavera di Igor Stravinskij sotto la guida di Felix Krieger, giovane e famoso direttore d’orchestra. Le Sacre ha fatto vedere due mondi musicali diversi che riuscivano a convivere vicini perfettamente; infatti a precedere un grande classico della musica e della danza è stato Preludio, uno studio anticipatore del grande rito, della grande esplosione di gesti. Roccato, che ha collaborato con Virgilio Sieni anche in altri progetti, ha creato un suono che ritorna di continuo su se stesso, è una rincorsa incessante che passa sempre dal via, un percorso che aumenta di intensità e velocità, con vibrazioni trascinanti che vestono il corpo nudo di sei danzatrici. La danza e la musica occupano lo stesso spazio dialogando tra loro. Lo spettatore inizia a disperdersi nell’alone di una scena che ricorda l’origine dell’uomo, un eden tutto al femminile macchiato da un tappeto rosso, un’atmosfera diversa quindi da quella di Dolce Vita (penultima tappa del progetto), in cui questo compositore ripercorre con i danzatori cinque momenti evangelici: Annuncio, Crocifissione, Deposizione, Sepoltura, Resurrezione. Non è la musica a guidare ma neanche la danza, tutti si ascoltano reciprocamente dopo aver studiato separatamente la propria partitura fatta di gesti o note, seguono il proprio schema e il proprio strumento, che sia il corpo o un contrabbasso non fa differenza, la cosa importante è esprimersi con la propria sensibilità.

Così arriviamo alla seconda tappa, Pinocchio_Leggermente diverso, in cui la musica è il risultato dei suoni nati dai movimenti di Giuseppe Comuniello e dagli inusuali strumenti di Michele Rabbia, uno tra i percussionisti più attivi e creativi della scena jazz italiana e non solo. Partendo da un canovaccio, questo compositore ha lavorato liberamente sulla musica ma, allo stesso tempo, tenta di seguire “in diretta” il danzatore in un racconto che, attraverso il famosissimo romanzo di Carlo Collodi, si fa metafora di un viaggio interiore. Fa da colonna sonora a una vita, scandendo gli spostamenti, i movimenti, i passi, perfino i disegni su una lavagna, e amplificando i rumori o i suoni di un corpo che si incontra/scontra con tamburi o pezzi di legno. Una traccia atipica, onomatopeica, che apre e stimola la sensorialità dello spettatore in una storia in cui fiaba e realtà si contaminano. Gli strumenti fanno parte della scena, Rabbia è sul fondo e cerca di restituirci la verità dei suoni e di seguire la danza di Comuniello, a volte silenziosa, a volte intima, propensa all’ascolto di un altro linguaggio che va a completare l’immaginario di chi guarda.

Solo Goldberg Improvisation è il clou, il punto più alto e raffinato che ha saputo raccontare Virgilio Sieni non solo come danzatore, o meglio, non solo come uomo. Si mostra come un monologo interiore che spiega il suo approccio al gesto, alla danza e quindi alla vita, ma anche il suo rapporto con la musica prendendosi la responsabilità di catapultare le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach, la musica perfetta, nelle imperfezioni di un «pagliaccio tragicomico», rendendole visibili, palpabili. La musica è eseguita da Mari Fujino, pianista giapponese, che dopo il diploma all’Università della Musica a Tokyo si trasferisce a Bologna continuando la sua formazione, collezionando riconoscimenti, vincendo numerosi premi e collaborando con docenti di fama spostandosi tra Italia e Stati Uniti. In questo caso viene mischiata la tradizione con la contemporaneità, la giovane pianista si cimenta in un grande classico e Sieni sciorina un ventaglio di possibilità, si misura, come nella Sagra, con la grande musica ribadendo il concetto del ritorno al passato e di raccontarlo a proprio modo, senza per forza tornare ai codici della danza classica ma intraprendendo nuove vie di espressione.

Per concludere la rassegna è stato scelto l’attesissimo e ambizioso Cena Pasolini, in cui è coinvolta la Corale G. Savani di Carpi, già al terzo progetto con Sieni, che ogni volta stupisce per le sue soluzioni sceniche nate grazie al suo lavoro sperimentale. Questa volta la sfida era preparare qualcosa che accompagnasse le coreografie di ben cinque quadri. La Corale ha responsabilità di un intero spettacolo e si dà alla scena non solo con la voce ma anche col movimento. Le voci dei coristi donano sacralità, l’intensità della loro energia si percepisce, ascoltarli vuol dire perdersi in melodie particolari perché, come Sieni, sperimentano, cercano nuove vie di fuga e restituiscono atmosfere senza tempo che vanno a appoggiarsi alla pelle dei partecipanti e avvolgono lo spettatore.

Ogni arte deve avere il suo spazio per potersi esprimere liberamente senza limitarsi. Proprio per questo nei laboratori o negli incontri/spettacoli (Altissima povertà, Abbracci) Sieni non ha usato la musica, perché se proprio di musica bisogna parlare è quella del nostro corpo, siamo noi a creare le note della nostra danza, della nostra vita, non abbiamo bisogno di una guida, abbiamo già la nostra colonna sonora, dobbiamo percepirne le pulsazioni, le vibrazioni, concentrarci su di esse. La musicalità del corpo è nelle nostre pieghe, esiste, bisogna iniziare ad ascoltarla, cantarla o bisbigliarla come Sieni nel suo Solo, perché sensoriale come gli strumenti di Michele Rabbia, trascinante come il contrabbasso di Daniele Roccato, perfetta come le dita di Mari Fujino, complicata come la partitura di Stravinskij, sublime come le note di Bach.

Alessandra Corsini

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