Intrecci, rimandi, echi: Cena Pasolini

Interazione. È la prima parola che, a freddo, mi salta alla mente. Un gruppo di amatori non professionisti non può certo spiccare per una tecnica da accademia, pertanto sono davvero i gesti che si scambiano i danzatori la chiave dello spettacolo. Cena Pasolini è gesto puro e semplice, esplora la radice più remota della danza.

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I danzatori sono divisi in cinque gruppi (bambine, donne, anziani e due gruppi misti) e il rettangolo in cui si muoveranno è circoscritto da una striscia. Ciascuno è posizionato in una determinata area e ha un tavolo a disposizione; si tratta di tavoli grigi semilucidi, vicini alla sperimentazione nell’arredo degli anni Settanta. Il coro ha posto sul fondo del salone, diretto dal Maestro nel suo canto in latino o semplicemente melodico e accompagna il canto con gestualità. Le luci sono quelle del salone, con l’aggiunta di faretti posizionati tra pareti e soffitto: il risultato è una luce uniforme, ben lontana da effetti pregni di teatralità. Nessun tavolo è più importante dell’altro e tutti meritano di essere illuminati nello stesso modo. Ciascuno si caratterizza con un determinato stile. Ad esempio, gli anziani offrono gesti lenti, studiati e che spesso includono l’uso del tavolo; le donne si muovono maggiormente nello spazio, costituendosi di tanto in tanto in una fila e talvolta dedicandosi a movimenti più energici e sportivi; le bambine attirano l’occhio perché sempre impegnate in corse, saltelli e movimenti più vicini a quella comunemente intesa come danza. Gli altri due gruppi, infine, si caratterizzano per una tendenza alla divisione in trii.

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L’interazione diretta è principalmente tra membri dello stesso tavolo; le sole bambine, in alcune occasioni, sconfinano e muovono in cerchio attorno ai tavoli adiacenti. A un occhio attento non sfuggirà però la comunanza di gesti tra i tavoli: tutti, nessuno escluso, ricorrono sia a gesti che includono imposizioni di mani sulla nuca, un chiaro richiamo alla liturgia cattolica, sia la composizione di figure in cui un danzatore è condotto passivamente da altri compagni. Interazione in senso stretto, marcata da una fiducia cieca reciproca. Ad accomunarli ci sono inoltre l’emissione di suoni vocali non articolati, periodica e non continua, e la similarità nei costumi: ogni tavolo indossa magliette che ricoprono l’intera scala di colori, e pantaloni o gonne lunghe dalle linee morbide. Lo spettacolo è marcato, strutturalmente, da due momenti, a metà e sul finale: un esodo di tutti i gruppi verso le estremità del salone. In chiusura, sulle note di Bella ciao, i gruppi e il coro lasciano le loro postazioni e si uniscono in una linea unica.

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Cena Pasolini non è solo un rimando alla pittura, nel modo in cui i danzatori costituiscono fermo immagine come quadri, agli anni Settanta o alla liturgia cattolica, ma contiene anche echi di altri lavori di Sieni: della Sagra della primavera con il riproporsi del cerchio e della linea, di Abbracci con la fiducia nel gesto, di Dolce Vita, tematicamente e, con la stessa Bella ciao, dei partigiani di Altissima povertà.

Stefania Loppo

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