Il seme del piangere: un corpo unico in cerca di liberazione

In attesa delle Stanze segrete, ancora uno sguardo sul Seme del piangere.

Il pubblico numeroso attende nella penombra l’inizio dell’azione in uno spazio dominato dal vuoto. A un momento voci in lontananza e canti riempiono l’aria, sono gli echi di una festa. Di nuovo il silenzio riempie il teatro e una figura alta e snella si palesa entrando in scena lentamente: solitario il circense di picassiana memoria porta con sé un misterioso regalo, un simbolo che dà vita a un doloroso pianto sommesso.

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                             Illustrazione di Daniela Colamartini

Da questa visione poetica prende vita Il seme del piangere, spettacolo ispirato ai versi del livornese Caproni e presentato inedito al CanGo di Firenze, seconda tappa del progetto artistico di Virgilio Sieni, in cui il pianto sembra essere il richiamo a una condizione purgatoriale dell’uomo, colto in uno spazio indefinito e senza tempo, errante in un vuoto liminale.
È di fatto l’esodo il tema centrale della narrazione teatrale ed è nel segno del viaggio che i danzatori si animano quando il pianto cessa e la famiglia di circensi si ricongiunge incamminandosi verso il proprio destino. I cinque danzatori conquistano lo spazio un po’ per volta entro un perimetro ben stabilito che viene a mano a mano toccato tutto e riempito di senso. Le musiche leggere di Händel e Debussy accompagnano passi calibrati e gesti lenti come pennellate attente. I corpi misurano se stessi in cerca di un equilibrio che è precario e che si realizza solo quando il contatto è massimo, quando ognuno è sostegno e al tempo stesso spinta per l’altro.

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                        Illustrazione di Daniela Colamartini

In un continuo cercarsi e trovarsi il tatto diventa il senso fondamentale e prevalente che cimenta la solidità del gruppo. Il procedere ora è franto ed è tenuto su da iterazioni di gesti che accumulano tensione: affanni e liberazioni, perdite ed epifanie cadenzano il viaggio dei circensi, i quali aiutandosi e dandosi forza, si accompagnano nei movimenti e danno forma a un unico corpo che si sostiene e si sospinge.
Assistiamo dunque a una scena di famiglia che ci appare meravigliosamente esemplare, in cui si rinuncia al proprio ruolo lasciandosi guidare e al tempo stesso si è saldi alla guida quando è necessario. In questo spazio atemporale ciascuno dei componenti della famiglia è al contempo madre, padre e figlio, in un’alternanza di ruoli in cui non c’è alcuna gerarchia prestabilita, in cui ciascuno è fondamentale per la sopravvivenza dell’altro. Questo scambio di energie rinsalda all’interno della comunità un forte senso di appartenenza che permette alle menti e ai corpi di riscoprirsi socialmente e di affermare l’importanza della conoscenza di sé attraverso l’altro.
La condivisione, la fiducia e la coesione diventano sfumature della già consolidata poetica del Sieni e suggestioni per la volontà di ricerca e sperimentazione di Giuseppe Comuniello, danzatore non vedente della compagnia che decide di approcciarsi a questa nuova sfida, danzando per la prima vota senza l’ausilio di riferimenti a terra, ma utilizzando i corpi dei suoi compagni come limiti e direzioni. I due ci presentano una compagnia fortemente eterogenea che rispecchia ed evidenzia le tematiche emergenti dalla narrazione, amalgamando danzatori esperti e senza esperienze pregresse. Insieme coreografi e danzatori guidano gli spettatori alla visione di un percorso di corpi in liberazione, descrivendo la storia di un esodo che, al di là della memoria, è un tempo reale dell’anima che in modo ampio ci fa comprendere il pensiero, l’azione, l’amore.

Daniela Colamartini

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