Quartetto di Cristina Rizzo: trasmissione e alea

Stanze segrete parte dal presupposto di aprire una nuova modalità alla trasmissione, attraverso un percorso coreografico in cui la didattica prende una forma diversa dal concetto canonico di studio. Cristina Rizzo firma Quartetto, il primo “corto” con giovanissime interpreti (Swami Biliotti, Bianca Neyre Caroppo, Matilde Danti, Jessi Zhang) in scena il 15, 16 e 17 maggio (ore 21, ore 19 e ore 18). Abbiamo sentito la Rizzo per farci raccontare  questa sua nuova esperienza coreografica.

Come si configura questo nuovo modo di intendere la “trasmissione” nella tua esperienza coreografica con Quartetto?

Quando Virgilio Sieni mi ha proposto di partecipare a Stanze segrete, io stavo già elaborando un altro progetto, sempre con giovanissimi, che debutterà nel 2016 a Reggio Emilia al Festival Aperto; avevo già maturato l’idea di prendere il principio fondante di qualcosa di già esistente e trasmetterla a un gruppo di giovani interpreti. Già l’anno scorso con il lavoro sul Bolero di Ravel, presentato alla Biennale di Venezia, mi ero rapportata con questo modo di trasmissione di un lavoro che ha già una sua storia, partendo da un concetto che si allontana completamente da una sorta di reinterpretazione personale. Nel caso specifico di Quartetto il riferimento è a Events di Merce Cunningham, da cui vengono fuori moltissimi spunti: a partire proprio da cosa è stato Cunningham o Cage, per arrivare all’idea della casualità, del gioco, dell’alea, del fatto che si può comporre anche attraverso un altro sistema.
Mi sono ritrovata molto sull’idea che per Sieni dà corpo a Stanze Segrete, legata a una nuova metodologia della trasmissione, anche perché per me la trasmissione ha proprio a che fare con il far riattraversare in maniera trasversale qualcosa che è già esistito. Il lavoro diviene molto interessante in questo caso specifico, perché si ha a che fare con corpi, menti, sguardi così giovani e in un certo senso senza esperienza, ma proprio per questo “aperti” a percepire in maniera attiva e proficua il confronto con un modo diverso di costruire e vivere la scena. Il confronto si traduce così in riflessione su una metodologia che diviene un punto di partenza, uno strumento per elaborare qualcos’altro.

stanzeOk2

Quali sono le più dirette suggestioni che legano il tuo lavoro a Events di Merce Cunningham?

Il rapporto con Cunningham è molto sottile, non intendo tradurlo né tantomeno farne una mia versione. Prendo l’idea, il principio, così loro intanto lo attraversano, ne vengono semplicemente a conoscenza e poi ne faranno quello che vogliono. Mi sono divertita a prendere certi elementi, per esempio l’utilizzo delle sedie che richiamano quei buffi sgabelli da bar che Cunningham era solito usare. Ci sono dei segni, degli elementi che mi piaceva che ci fossero, ma non più di questo, anche se avercelo come riferimento mi ha aiutato molto rispetto al tipo di materiale da mettere in gioco; soprattutto, mi ha aiutato il suo modo di intendere il movimento come pura forma, in cui gioca un ruolo molto importante la casualità. La forma è completamente scevra di qualsiasi narrazione, di qualsiasi racconto, e proprio in questo risiede la sua purezza, e il caso in qualche modo ti permette di arrivarci. Il discorso era anche quello del “mi tolgo completamente come autore”, tolgo il mio desiderio di vedere l’immagine in un certo modo, e faccio sì che sia il caso a costruire l’immagine. Anche perché il mio lavoro parte già da un tipo movimento che è qualcosa di per sé e non ha bisogno di un significato per mostrarsi, quindi questa rinnovata riflessione su Cunningham è stata molto importante per creare le coreografie con loro, per trovare dei meccanismi per farle lavorare insieme, anche partendo da tutt’altri presupposti.

Come coreografa si tratta di qualcosa che non avevo mai provato prima, è stato molto interessante togliermi da un’idea di direzione demiurgica. Qui c’è molto spazio concesso alla creazione in atto, nonostante molti passaggi siano già fissati, ma si vede che c’è una fiammella che si muove oltre gli schemi. È un processo che stiamo condividendo; è anche la mia modalità di agire, ma è prima di tutto una scelta di percorso, una scelta di pensiero. Rispetto alla trasmissione sento una particolare responsabilità, ma in senso molto positivo, molto bello, ampio; la responsabilità c’è, me la prendo, mi piace. E per questo mi interrogo: come avviene davvero la trasmissione? Quanto deve esserci e non deve esserci? Qual è il piano su cui davvero qualcosa arriva o rimane e si sedimenta? Sicuramente il mio approccio non è “ok, facciamo così”; è più un “sono qui vi propongo un’idea”. Questo è un processo che da parte mia richiede una notevole elaborazione a monte, perché altrimenti sarebbe tutto troppo lasciato al caso, all’improvvisazione, mentre invece, per portare avanti questo tipo di lavoro, si ha bisogno di qualche punto fermo e l’idea di lavorare sugli Events ha entusiasmato me stessa in primis, e con quell’entusiasmo ho cominciato a immaginarmi delle cose e a proporle alle ragazze.

Come si traducono sulla scena queste suggestioni? In particolare, come si proietta nella performance l’alternarsi della costruzione scenica tra precisione e casualità?

La suggestione iniziale era di riprendere dagli Events anche l’idea secondo cui tutti erano in grado di fare tutto: ogni danzatore conosceva tutte le sequenze e ogni sera con una scelta pilotata dal caso si sceglieva chi sarebbe andato in scena. L’idea di base era dunque quella che ogni interprete conoscesse tutto, in modo tale che ogni sera avremmo potuto mischiare le parti: non lo potremo fare del tutto, ma in parte sì. Abbiamo tre performance di 15 minuti, due coreografie sono più o meno fisse, mentre con le altre c’è la possibilità di effettuare uno scambio, ma non sono io che decido: ogni sera prima dello spettacolo lanceremo i dadi e ci daremo uno schema, sarà il caso a decidere l’ordine di esposizione e, nelle coreografie aperte, anche chi le farà. Ogni sera il modo in cui i pezzi si mostreranno e chi li farà sarà diverso, cogliendo le suggestioni del caso, dell’alea (dado in latino) – concetto che durante la prima sera verrà approfondito da Lucia Amara con una breve esposizione introduttiva.
Tuttavia, per quanto le due coreografie che saranno più o meno fisse abbiano uno schema anche qui è predominante l’atteggiamento di lasciarsi andare alla chance combinatoria dei materiali coreografici: alcune posizioni non sono definite, come ad esempio la gestione scenica delle sedie, dando corpo a un’alternanza tra autonomia e consapevolezza dell’altro che permea l’intero lavoro. Nelle due performance “aperte”, invece, il caso è predominante: qui tutto è libero e ogni volta sarà diverso; non c’è direttiva se non quella che riguarda un atteggiamento da trovare, una condizione di dialogo in cui io sono presente, tu sei presente, ma siamo insieme.

Francesca Gennuso

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...