Diario di un esodo #2

Cosa si pensa quando si danza? Come riuscire a non distaccare l’attenzione da quello che si sta facendo? Il mio metodo personale è guardarmi attorno e fissare un punto, senza distoglierne mai lo sguardo. Ma quando ci sarà il pubblico?

Esodo4(3)

Sì, è vero, ancora manca del tempo. Esodo4 viene messo in scena a luglio, ma io già sento l’ansia da prestazione! Una caratteristica del mio carattere, sorta da un’iniziale costrizione, vista la necessità di organizzare sempre ogni mia decisione, ormai vissuta come abitudine, è quella di proiettare il futuro prossimo in tempi quasi presenti.
Mentre nel gruppo ancora è fervido il lavoro di rifinitura delle parti e di collegamento tra esse, tanto più che durante l’ultima prova è stato aggiunto una sorta di nuovo preludio che si svolge su un tappeto argentato, io già mi domando: «E se l’emozione, che scaturisce dalla presenza degli spettatori, mi fa dimenticare tutto?». Ovviamente la coreografia verrà provata più e più volte, ma se ci penso, già mi sento il battito del cuore che aumenta di intensità e di frequenza. A provare queste sensazioni non so se sia l’unica del gruppo, ancora non ne abbiamo parlato. Ma sto lavorando per cercare una maniera utile di risoluzione temporanea del problema.
Forse con la pratica migliorerà tutto e mi sentirò più sicura, ma l’idea che sto elaborando è quella di figurarmi, tramite quadri o altre opere d’arte, la proiezione dell’azione. Sieni docet quando cita alcuni quadri del Masaccio, di Piero della Francesca, del Pontormo e altri autori a lui cari. Io, invece, mi sposto più in là, verso la contemporaneità. Mi sento immersa in un quadro di Chagall, proprio come Belle, la spensierata protagonista che vola in alto nel cielo de La passeggiata (1917).

24056-Marc_Chagall_La_PasseggistaIo, però, mi sento fluttuare e basta e, anziché, essere circondata da uno sfondo verde di campagna, sono attorniata da mani, dita e gambe.
Forse il sentimento dell’Esodo è anche questo. La perdita di radici. Sieni dice sempre di «non avere radici», di lasciare libero il corpo, senza puntare i piedi rigidi per terra. «Se ti devi girare, si fanno tanti piccoli passi» che accompagnano la parte superiore del corpo, «se devi accogliere qualcuno, allunghi il braccio e non rimani fisso in un punto». Il corpo non deve fare sforzi, deve solo lasciarsi andare e togliere gli automatismi di difesa e di paura di contatto con l’altro. In Esodo4 c’è molta aderenza fisica tanto che, nel nuovo inizio, siamo vicini, direi vicinissimi, perché gli interstizi di spazio tra noi esodati si dissolvono. Ne La passeggiata però Chagall dipinge oltre alla donna, anche un uomo, lui stesso, che la tiene per mano, che non la fa volare via, che l’aiuta nel suo librare leggiadra. È così che funziona tra noi. Senza radici, ma con l’altro accanto.
In merito alla coreografia e al mio pensiero personale, non me ne vogliano i critici di Chagall che probabilmente si metteranno le mani nei cappelli, l’uomo simboleggia anche la pratica d’esercizio che ci tiene ancorati a terra: quel braccio che si sposta e si allunga verso la donna è il braccio che si offre all’unità coreografica nella nostra performance. Il braccio raffigura il legame della continuità tra una scena e l’altra, dell’approccio corporeo che la nostra comunità di esodati ha al suo interno. Il braccio non è una catena di ferro, al contrario diventa il mezzo della comunicazione corporea che permette al danzatore di «fluttuare come una creatura celestiale», proprio come un angelo (vedi la voce Angelo in Abbecedario Sieni).

Sara Fulco

(continua…)

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