Family_trittico A, una rete di legami intramolecolari

Energie diverse mi trasportano dolcemente nello spazio di CanGo, come se fossero il mio partner, la mia guida in un valzer danzato per la prima volta. Il dialogo corporeo tra padre e figlio all’interno di un salotto, la costruzione di forme che richiamano un immaginario naturalistico, dal sapore giocoso, un telo che nasconde svelando l’intimità di un nucleo familiare sono i tre quadri presenti in Family trittico A, andato in scena dal 3 al 5 giugno ai Cantieri Goldonetta. Le azioni nei tre spazi avvengono contemporaneamente, due di questi si trovano nella stessa sala: Ossetto di Virgilio Sieni e Diventare montagna di Marina Giovannini. Il terzo quadro, Testa di moro di Michele Di Stefano, non è immediatamente visibile perché si trova in un’altra sala comunicante con il primo spazio.

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Appena entrata all’interno di questa rete di azioni e relazioni sentimentali, ho provato un po’ di agitazione scaturita sia dal disorientamento, dal non sapere da dove iniziare a guardare, sia perché mi sono trovata immersa in un luogo della memoria, legato a un’esperienza, quella famigliare, che tocca direttamente ognuno di noi. Ho cominciato inconsciamente a creare il mio spettacolo, partendo da Ossetto. Virgilio Sieni e suo padre, seduti l’uno di fronte all’altro, iniziano a eseguire dei movimenti a specchio molto precisi. Si inseriscono camminate e oggetti, come due panni che verranno scossi all’unisono, un tavolino che nasconde altri utensili, un comodino, un pallone e due cerchi in legno. Non sapremo mai che uso ne faranno, a meno che non si decida di soffermare il nostro sguardo unicamente su quest’azione. Il tremore del braccio del padre teso verso il figlio mi ha ricordato molto il movimento di mio nonno. Per un istante questa persona mi è sembrata molto famigliare.

È bastato volgere lo sguardo dalla parte opposta per entrare in un altro quadro: Diventare montagna, un’atmosfera giocosa dove è assente qualsiasi tipo di gerarchia. Non sapevo bene su cosa soffermarmi e mi sono messa così tra i due spazi scenici, tra un mondo fiabesco che rimanda a paesaggi fantastici e un salotto pieno di memorie. Questione di poco tempo che sono stata subito attirata da dei rumori ovattati provenienti dalla sala accanto. È qui che ho deciso di sostare fino alla fine dello spettacolo.

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Quattro corpi nascosti da un telo bianco che occupa quasi tutta la sala si muovono, si cercano. Piano piano comincia a prendere forma la sagoma di una tenda. Sono tutti e quattro compressi dentro quello spazio piccolo, sembrano protetti in quello che potrebbe essere il loro nido. Il telo che continua a coprire l’azione scenica comincia a essere risucchiato dentro il rifugio, fino a svelare del tutto la scena: una piccola tenda da campeggio bianca e azzurra, un igloo. Dopo poco si scoprono pure le sembianze degli interpreti che cominciano a uscire dalla caspanna-nido. La famiglia sembra arrivare da un pianeta disabitato, ci guardano tutti e quattro molto incuriositi e sospettosi, soprattutto la madre. Il padre, interrompendo l’atmosfera intima e subacquea, urla improvvisamente due volte prima di iniziare, insieme agli altri componenti della famiglia, l’Haka, danza tipica del popolo mahori resa celebre dagli All Blacks, squadra di rugby neozelandese.

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Questa improvvisa rottura di silenzio e di atmosfera è il segnale della fine delle azioni, del proprio viaggio e montaggio all’interno di un contesto che ci ha unito tutti, il legame con lo spettacolo e l’esperienza di famiglia. Potevo scegliere da che parte iniziare il mio percorso, come gestire il tempo (trenta minuti) e da che lato osservare l’azione. Ero io la regista dello spettacolo. Ho sentito il bisogno di tornare a vederlo per scoprire altre strade, ma imprevedibilmente il mio viaggio non si è modificato.

Camilla Guarino

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