Family trittico B: l’intimità dello sguardo

Attraversando le porte di Cango si avverte immediatamente il calore dell’intimità che si è soliti percepire entrando in un’abitazione privata. Il rituale, ormai consueto nella frequentazione del progetto Family, è quello di lasciare le proprie calzature nel foyer, prima di oltrepassare le grandi porte di vetro della sala grande. Un gesto dettato da ragioni di fruizione e rispetto del luogo performativo ma che ci trasporta immediatamente in una dimensione informale e distensiva. Il pubblico, infatti, potrà passeggiare liberamente tra le tre coreografie presentate nel trittico B di Family, muovendosi o sostando sullo stesso piano d’azione dei tre nuclei familiari protagonisti, stabilendo un primo personale contatto tattile con il luogo attraverso il pavimento in legno preparato per la danza.

L’atmosfera di attesa è colloquiale. Sui soffici tappeti del foyer, a luci soffuse, si scambiano chiacchiere, i bambini giocano e qualche curioso cerca di sbirciare attraverso la vetrata oltre la quale, avvolti nella penombra, attendono gli interpreti. All’apertura delle porte i numerosi spettatori si disperdono velocemente all’interno, mentre qualcuno indugia sulla soglia. Un iniziale momento di smarrimento è percepibile, ma solo per pochi istanti; poi tutto si stabilizza, trova la sua dimensione compositiva, e si cominciano a distinguere i primi due quadri nella sala grande.

FAMILY di Giulia Mureddu Grave: studio sul peso con la famiglia Stefani

Il primo che incontriamo è Grave: studio sul peso della coreografa Giulia Mureddu. Delicato equilibrio di morbidi gesti non codificati, fragili e contemporaneamente radicati nell’intimità di un nucleo composto da tre generazioni diverse: nonna, figlia e nipotino. Unico eloquente oggetto di scena è una sedia dal sapore nostalgico posta al centro del riquadro, punto fermo attorno al quale si sperimentano dinamiche di equilibrio e contrappeso, lasciando avvertire la crescente consapevolezza del sé, del proprio corpo e di quello degli altri, avvicinandosi reciprocamente, sensibilizzandosi all’ascolto.

Lo sguardo dello spettatore si nutre del momento, esita per poi proseguire, attirato da due grossi totem e da una ragazzina, verso la famiglia Ada, protagonista di Talk to me del collettivo Kinkaleri.

FAMILY Kinkaleri

Ada è una ragazzina di 9 anni e la sua famiglia è composta da due grandi scatole bianche con le sagome di un uomo e una donna dipinte sopra in vernice nera. Vediamo entrare in gioco l’ironia, la curiosità, la libera interpretazione dell’immaginario poetico raccontato dagli agili movimenti di una bambina, che si riflette negli occhi degli adulti che la guardano. Un invito a interrogarci sul concetto di famiglia contemporanea, a riflettere su legami e relazioni affettive.

Lo spettatore si lascia così trasportare in una promenade tra ritmi e sensibilità diverse, lasciando affiorare vicinanze e suggestioni emozionali, come spesso succede sfogliando un album di famiglia.

FAMILY Rizzo Un ipnotico loop musicale di cadenze e composizioni ci attira in sala media per il terzo quadro, Family s.f. di Cristina Rizzo. Qualcuno si sofferma sulla porta tra le due sale, quasi intimorito, come se non volesse perdersi nessun momento delle coreografie presentate, mentre altri oltrepassano la soglia e si sistemano lungo le pareti. Immediata è la percezione del ritmo che abita e muove i protagonisti della scena, e la scelta di non delimitare lo spazio di azione, come invece per le altre coreografie, incorniciate in un quadrato disegnato a terra. Diversi sono gli oggetti presenti, che i tre componenti (madre, figlio e zia) si passano, toccano, ripongono. Il tutto sotto lo sguardo della coreografa, osservatrice presente e attenta, accolta come un’ospite nella dinamica compositiva dell’intimità famigliare, nella quale alla fine rispettosamente si inserisce, agitando dei colorati pompon e sconfinando in sala grande come in un finale di partita, segnando per l’appunto la conclusione del tempo a disposizione dello spettatore.

Sara Arfanotti

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