Family, la memoria si fa emozione

FAMILY Sieni

Cosa vuol dire oggi essere una famiglia? È un tema delicato, oscuro, che può assumere mille declinazioni diverse. Le suggestioni che seguono alla visione di Family – progetto conclusivo della rassegna Nelle pieghe del corpo, presentato a CanGo tra il 3 e il 12 giugno – danno avvio a molteplici riflessioni, rimarcando come la danza riesca a intersecare in maniera dinamica anche le questioni più intime.

Il progetto prevede sei azioni create da sei coreografi, interpretate da sei famiglie e presentate in due appuntamenti: Trittico A (dal 3 al 5 giugno) con Ossetto di Virgilio Sieni, Diventare Montagna di Marina Giovannini e Testa di moro di Michele Di Stefano/MK; Trittico B (dal 10 al 12 giugno) con Grave: studio sul peso di Giulia Mureddu, Talk to me di Kinkaleri e Family s.f. di Cristina Rizzo.

Ogni Trittico prevede tre azioni eseguite simultaneamente: lo spettatore si muove tra una e l’altra a piedi scalzi per non rovinare il pavimento in legno che copre lo spazio scenico sperimentando un’immediata sensazione di avvicinamento tattile. Dopo un’iniziale confusione dovuta all’ansia di riuscire a vedere tutto, a poco a poco alcune immagini ci catturano e ci spingono ad avvicinarci e a fermarci come per poter ‘ascoltare’ meglio. Questo dispositivo scenico, più volte utilizzato a Cango, in questo caso, data la particolare natura del progetto Family, amplifica il gioco di scambi tra l’intimità che lega gli interpreti e quella che si crea con lo spettatore: la particolare intesa emanata da un gruppo di persone unite da un legame biologico parla direttamente a ognuno di noi. La famiglia è allo stesso tempo esperienza condivisa e condizione privata per eccellenza, linguaggio universale eppure personalissimo. Qui si assiste a qualcosa che sfugge alla rappresentazione e che pure restituisce l’identità di ogni famiglia attraverso un racconto capace di parlare a tutti noi.

L’efficacia del progetto è confermata dal confronto tra i due cicli di spettacoli, completamente diversi per le qualità energetiche messe in campo: se il primo privilegia la condivisione di territori e azioni usuali, il secondo privilegia una riflessione dialettica sulla rete dei legami affettivi.

Il primo ciclo di spettacoli (Trittico A) è composto da Ossetto, Diventare Montagna e Testa di moro.

Ossetto è la riedizione di Osso, spettacolo creato da Virgilio Sieni nel 2005, in cui il coreografo divide la scena con il padre Fosco in un gioco di movimenti a specchio che si fonda non solo sull’uguaglianza del gesto, ma anche sull’espandersi di un’intesa colma di attenzione e di cura tra oggetti quotidiani che perdono la loro valenza usuale per divenire pretesti di un dialogo intimo e misterioso.

In Diventare montagna Marina Giovannini articola raffigurazioni simboliche attraverso una comunicazione apparentemente impercettibile, ma fortemente simbiotica. L’immagine più eloquente è senza dubbio quella da cui prende il titolo l’azione: la montagna, simbolo della condivisione come elemento primario di solidità. I cinque protagonisti diventano montagna insieme, l’uno sull’altro, l’uno accanto all’altro, sostenendosi a vicenda, inscenando una suggestiva declinazione del concetto di famiglia.

Un immenso telo bianco copre i corpi della famiglia di Testa di Moro, l’azione firmata da Michele Di Stefano/MK: nonostante gli interpreti diventino sotto il telo sagome senza volto, l’impeto che guida il loro ricercarsi lascia intravedere la forza di un’intima familiarità. L’immagine è ipnotica, lo sguardo fatica a distogliersi e quando il telo scompare l’incontro con i quattro protagonisti – madre, padre e due figli – è quello con un vortice energetico che sembra inglobarci nel suo fluire.

Il secondo ciclo (Trittico B) è composto da Grave: studio sul peso, Talk to me e Family s.f.

In Grave: studio sul peso di Giulia Mureddu l’unico elemento scenico è una sedia, elemento primario di condivisione per tre generazioni: nonna, madre e figlio. Lo studio sul peso si articola attraverso un gioco di equilibri generati da una fiducia reciproca che si espande in maniera fresca e gioiosa. Attraverso il gioco – vero motore dell’azione – il peso dei corpi si rimodella secondo una sincronica linea immaginaria.

Talk to me del collettivo Kinkaleri mette in scena la piccola Ada e la sua famiglia formata da enormi totem bianchi su cui sono dipinte in nero le sagome dei genitori, utilizzate simbolicamente dalla bambina come perni su cui poggiarsi per esplorare il mondo. La capacità mimica della graziosa Ada amplifica le suggestioni suscitate dall’indissolubilità di un legame che appare vivo anche nell’assenza.

Family s.f. (singolare femminile) di Cristina Rizzo è un viaggio attraverso la declinazione femminile della famiglia: animate da una gioia condivisa, due sorelle e un figlio-nipote dilatano lo spazio scenico attraverso la destrutturazione di piccoli movimenti quotidiani legati allo spostamento di semplici oggetti appartenenti alla vita della famiglia (una valigia, un violino, una sciarpa o una brocca). Il piccolo Eugenio si fa cardine dell’azione riempiendo la scena di un’euforia che ci investe tutti. Particolarmente significativa è l’interazione scenica tra il gruppo familiare e la coreografa in uno scambio d’impulsi che rimarca il carattere espansivo dell’azione.

FAMILY Mureddu

Così Family lambisce il nocciolo oscuro della matrice che rende simili i movimenti dei componenti di uno stesso nucleo familiare, emblematica proiezione della memoria personale di chi osserva.

Francesca Gennuso

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