La prima di Dolce Vita a Firenze

Otto figure si contendono lo spazio muovendosi come un unico corpo. Una comunità di danzatori, possente e fragile, in bilico tra slanci e cadute, dà vita a un racconto sulla poeticità di un gesto essenzialmente umano.

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© Chiara Ferrin

Ieri sera a Cango è andata in scena la prima di Dolce Vita_Archeologia della Passione – in replica fino al 20 dicembre –, spettacolo della Compagnia Virgilio Sieni che dopo Roma – dove ha debuttato nel 2014 nel corso di Roma Europa Festival – Cesena, Bologna, Pistoia, Cascina, approda per la prima volta a Firenze.

L’azione si divide in cinque quadri – Annuncio, Crocifissione, Deposizione, Sepoltura e Resurrezione – che ripercorrono gli impulsi salienti del racconto evangelico della Passione. La scena è scarna, solo pochi ed essenziali oggetti: una maschera trasparente, ali d’angelo, cartelli, coni appuntiti, cavalletti e listelli di legno a sostegno di corpi sospesi tra pietà e leggerezza.

Figure dai volti sbiancati, con labbra sfumate di rosso e sguardo sgomento, fuggono da se stesse per ritrovarsi nell’insieme dei loro corpi, esili e vigorosi allo stesso tempo.

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© Chiara Ferrin

Il sostrato tematico della Passione di Cristo diventa uno spunto per indagare l’archeologia del gesto dell’uomo. L’azione comincia con la visione di un angelo gravato dal peso del suo stesso corpo, che si trascina nell’orizzontalità dello spazio con un’encomiabile dignità (Annuncio), per poi proseguire attraverso gesti che sfumano, evaporano, imprimendosi tuttavia nella mente di chi osserva come evocazione di un movimento ancestrale, radicato nella storia dell’uomo (Crocifissione). Il viaggio continua con corpi deposti in un equilibrio apparentemente fragile (Deposizione), in sembianze mutate da una totale assenza di gravità (Sepoltura), per poi concludersi in uno slancio verso l’alto che lascia trasparire l’essenza di una rinascita, lo stravolgimento alla ricerca di un nuovo volto (Resurrezione).

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© Chiara Ferrin

Spesso i danzatori volgono lo sguardo verso gli spettatori: i loro occhi penetrano l’invisibile barriera tra spazio scenico e platea, instaurando un silente dialogo con il pubblico che non può non lasciarsi attraversare dalla potenza dei loro gesti.

La musica per contrabbasso, composta da Daniele Roccato, gioca un ruolo molto determinante nella fruizione dell’azione: musica e coreografia dialogano tra loro esaltandosi l’una nell’altra; il metallo delle corde del contrabbasso invade la scena come un contrappunto che esalta gli slanci dei danzatori, le cadute, le torsioni di corpi sospesi tra bellezza e tragedia.

Un racconto che indaga il terreno di confine tra la danza e la vita, tra la storia fondante della nostra civiltà e la poesia di un gesto semplice e primario.

Francesca Gennuso

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