Corpi tra cielo e terra

Ringraziamo Silvia Poletti per questo contributo sul rapporto tra danza e spiritualità e sui temi trattati in Dolce Vita da Virgilio Sieni.

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© Chiara Ferrin

Passione. Un termine che parlando di Cristo fa pensare immediatamente al passaggio obbligato alla condizione sovraumana attraverso l’abbrutimento, nella narrazione evangelica sottolineato anche dall’accurata descrizione dei materiali di tortura (chiodi, corde, la croce, la lancia) con cui la condizione umana di Gesù viene offesa. Del resto sta nella stessa radice della parola passione tutta l’idea di sofferenza, fatta di spasmi e piaghe, contorcimenti e tensioni, che scava nelle viscere del corpo, lo porta al suo stremo – lo abbatte insomma, giù giù, spossato, senza forze, umiliato, a terra. A terra, ma verso il cielo. Up to the ideal, deep to the source. Verso l’ideale, scavando in profondità alla fonte (delle emozioni, dei pensieri, dei sentimenti, delle energie vitali).

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© Chiara Ferrin

Risuona nel ricordo questo invito che rivolgeva ai suoi ‘seguaci’ una pioniera della Modern Dance americana, Sybil Shearer. Una individualista che preservò, forse più di altre artiste poi diventate epocali (come Martha Graham), l’idea di un corpo ‘significante’ in quanto tale e che attraverso i fondamentali dello spazio, del peso, del tempo e della dinamica, potesse connettere l’esteriorità massiccia di una presenza carnale alla necessità di evocare l’indicibile, di coglierne il segreto. Nessun make up, costume, gestualità descrittiva, non un sipario che separa da chi guarda, perché danzare è un rito che si partecipa. Solo la necessità di un gesto che ‘ascoltando’ la propria interiorità sgorga spontaneamente, assume velocità, direzione, peso, luce – racconta.

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© Chiara Ferrin

Guardando come Virgilio Sieni ha concepito in Dolce Vita la sua visione della Passione di Cristo, che è sì danza, ma soprattutto corpo che si fa rappresentazione, la memoria dell’insegnamento della Shearer ritorna sempre più prepotente e imperiosa. Pur partendo da due concezioni distanti, e inevitabilmente così lontane tra loro nel tempo, nell’estetica e nella formazione culturale e artistica, questi due maestri della danza sembrano infatti essere giunti alla medesima conclusione: che all’essere umano, nonostante l’afflato verso il Mistero Assoluto, non resta che investigarne le risonanze esclusivamente, quasi, nelle pieghe del (proprio) corpo. Perché proprio in quelle pieghe, tra quegli spasmi o aneliti e tensioni, tra i visibili punti di partenza e arrivo di un movimento o di una combinazione si può rivelare l’essenza stessa della danza, che è visualizzazione dell’ideale perché combina spiritualmente spazio e tempo attraverso il divenire del movimento.

Silvia Poletti

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