DOLCE VITA: IMPRESSIONI DAL PUBBLICO

Abbiamo raccolto tra gli spettatori impressioni su Dolce Vita_Archeologia della Passione, ancora in scena a Cango fino a domenica 20 dicembre. Eccone alcune.

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© Chiara Ferrin

G.B: «Mi è sembrato uno spettacolo diretto a un pubblico già abituato a questo tipo di linguaggio. Per me non è facilmente comprensibile cosa voglia esprimere Virgilio Sieni; magari vuole suscitare proprio una sensazione di smarrimento, a cominciare dall’entrata in scena dell’angelo, che ho trovato di una potenza meravigliosa. Alcuni elementi scenici, come i coni di carta bianca, sono suggestivi ma di difficile comprensione. Forse siamo troppo abituati a un tipo di danza più tradizionale, dove il danzatore interpreta un ruolo ben riconoscibile. Così non è facile comprendere i simbolismi e i riferimenti all’iconografia della Passione di Cristo, velati spesso da una leggera ironia. La tecnica e l’uso del corpo dei danzatori sono assolutamente straordinari: mi ha colpito la cura del dettaglio in ogni movimento. Movimenti aritmici, quasi sgraziati, sicuramente difficili da eseguire, a volte stridenti come la colonna sonora. Mi rimane l’impressione di una costruzione complessa e sapiente di cui non sono riuscita ad afferrare tutto».

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© Chiara Ferrin

E.B.: «Dolce Vita tocca delle corde emozionali che solo le grandi opere riescono a smuovere. Cinque movimenti consecutivi eseguiti in modo impeccabile, che rimandano alla storia di Cristo, ma che rispecchiano tutta una gamma di sentimenti rivolti all’umanità intera, fino ad arrivare al finale di Resurrezione, che conclude e libera le tensioni accumulate nei movimenti precedenti. Commovente».

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© Chiara Ferrin

V.M.: «Mi è piaciuto molto, sono tornata a vederlo una seconda volta per carpirne meglio i dettagli e per comprenderlo più profondamente. La prima volta il primo quadro – Annuncio – mi ha lasciato una percezione di tristezza, sofferenza e solitudine, come se l’angelo fosse soffocato da questi sentimenti e dalla maschera che le comprimeva il viso. La seconda volta ho percepito una fragilità, una delicatezza bellissima e ho provato una grande empatia. Ancora non riesco a comprendere pienamente Sepoltura, mentre ho apprezzato molto Deposizione, in cui i corpi dei danzatori creano bellissime figure ritmicamente contrastate dalla musica che avvolge la scena evidenziando l’instabilità e la labilità degli equilibri che si creano di volta in volta».

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© Chiara Ferrin

R.A.: «Uno spettacolo ricco di simboli e di riferimenti molto potenti; energico, ma nello stesso tempo delicato e accurato nella composizione di ogni dettaglio. A un primo sguardo mi è sembrato che alcuni elementi fossero troppo in contrasto tra loro, tanto da farmi pensare che fossero casuali, poi ho capito che si trattava di scelte bene precise. Per esempio, mi ha colpito molto la scelta di mostrare i momenti di pausa tra un quadro e l’altro, la preparazione dei danzatori, il cambio dei costumi, facendoli diventare dei momenti di respiro tra un’azione e l’altra: questa rottura del confine tra platea e scena è molto coinvolgente. Mentre negli spettacoli tradizionali il confine tra platea e scena non si può varcare, altrimenti cadrebbe il velo magico dell’illusione, qui l’azione risulta reale, diretta, anche grazie alle dimensioni intime di Cango. Alcuni elementi iconografici mi sono sembrati frutto di citazioni cinematografiche: le maschere dei clown mi hanno fatto pensare a Fellini; i cartelli con cui gli interpreti compongono il titolo di ogni quadro mi hanno ricordato il ciak… sarei curiosa di sapere a che cosa pensava Virgilio Sieni quando creava i singoli quadri».

A cura di Sara Arfanotti e Sara Fulco

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