Recensione Divina Commedia_Ballo 1265

Con Divina Commedia_ Ballo 1265 si conclude simbolicamente l’anno di celebrazioni in occasione del 750° anniversario dalla nascita di Dante Alighieri. Il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Arcus e il Comune di Firenze hanno chiesto a Virgilio Sieni di creare uno spettacolo dedicato alle tre Cantiche della Commedia: Inferno, Purgatorio, Paradiso. Lo storico Salone dei Cinquecento è stato per tre sere – tutte sold out – la cornice di un’azione coreografica eseguita da 152 interpreti tra danzatori professionisti e cittadini di tutte le età. Per chi non è riuscito a vederlo dal vivo, lo spettacolo sarà trasmesso il 30 Dicembre alle 21.15 e in replica il 1 Gennaio alle 15.50 e il 2 Gennaio alle 7.25 su Rai 5.

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Inferno photo Luca Moggi

Inferno
«Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente»

Varcata la soglia del Salone il pubblico può sedersi oppure, com’è consuetudine negli spettacoli di Sieni, rimanere in piedi e muoversi liberamente per avere diversi punti di vista. L’azione coreografica è già iniziata e gli interpreti, distesi su delle coperte, compiono piccoli movimenti scanditi dalle percussioni live di Michele Rabbia. A un segnale musicale una parte degli interpreti si alza, mentre altri si dispongono lungo i lati formando una cornice umana che simboleggia il perimetro dell’Inferno. All’interno di questo, tutti – ognuno con la propria coperta – attraversano più volte il Salone avanti e indietro con una camminata lenta e quasi sofferta. Anime dannate costrette a vagare senza sosta per scontare la propria pena oppure odierni profughi in fuga? I battiti delle percussioni e il freddo contribuiscono a trasportare la mente dello spettatore dal magnifico Salone verso altri luoghi e a ricreare l’atmosfera del glaciale Inferno di Dante. Piccoli gruppi si staccano dall’insieme ed eseguono ciascuno una diversa coreografia. Una voce enuncia i numeri da 1 a 33, come i canti che compongono ogni Cantica. Solo alla fine il perimetro umano, che fino ad allora aveva separato gli spettatori dai dannati, raggiunge questi ultimi in un’unica bolgia.

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Photo Isabella Ghiddi

Purgatorio
«Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele»

La luce si fa più forte, non siamo più nei crudeli gironi infernali e adesso la pena da scontare non è eterna ma solo provvisoria. Gli interpreti si ritirano sul lato dell’Udienza del Salone per tornare con taniche, salvagente, mattoni, teli di plastica e bastoni. Con questi formano capanne e rifugi provvisori e improvvisati. Le persone si abbracciano e si confortano finché contemporaneamente tutti gli oggetti vengono sollevati come in segno di resa mentre un urlo catartico di liberazione pone fine alla seconda parte dello spettacolo. Ancora una volta tornano alla mente immagini che riguardano i tanti profughi in fuga dalla guerra.

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Photo Isabella Ghiddi

Paradiso
«Trasumanar significar per verba
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperienza grazia serba»

Infine gli interpreti si dispongono su quattro file gli uni di fronte agli altrimentre braccia e corpi si intrecciano in una selva di gesti. La musica si fa meno cupa – quasi un trillo – per accompagnare le anime nel loro trasumanar. Da un labirinto umano si passa a un conclusivo abbraccio totale che chiude lo spettacolo lasciando un senso di pace e di speranza.

 

a cura di Isabella Ghiddi e Lavinia Elena Guidi

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