ICARO di Davide Valrosso

Un pallone da calcio, un quadrato di erba verde, due sedie. Elementi semplici che rievocano un’immagine legata al gioco infantile.

Icaro di Davide Valrosso – in scena, in prima assoluta, sabato 16 aprile (h. 18) e domenica 17 (h. 15.30) –, fa parte delle quattro creazioni originali che compongono Stanze Segrete, il progetto ideato da Virgilio Sieni, giunto alla seconda edizione, dedicato alla trasmissione della danza contemporanea a giovani danzatori.

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Diplomato all’English National Ballet di Londra nel 2006, Davide Valrosso è danzatore nella Compagnia Virgilio Sieni dal 2012. Nel 2014 ha ideato e interpretato il solo L’apertura degli occhi, selezionato dalla rete Anticorpi XL a cui segue, nell’ottobre del 2015, Cosmopolitan Beauty, che dopo il debutto a UMANO_Cantieri internazionali sui linguaggi del corpo e della danza ha avuto una cospicua diffusione nella rete nazionale.
Abbiamo incontrato Davide Valrosso che ci ha raccontato le fasi creative di questo lavoro.

Qual è il rapporto con la figura mitologica di Icaro?

Icaro è un omaggio trasversale alla figura mitica, proiettata in una dimensione contemporanea, non in senso concettuale ma più propriamente temporale. La figura di Icaro non è intesa in senso drammaturgico-mitologico, ma è come un’evocazione sottile e trasparente di un soggetto appartenente a un tempo indefinito che contiene in sé un discorso globale: il superamento della fase infantile per proiettarsi verso l’adolescenza, il tentativo di superare il limite, l’addentrarsi in qualcosa di sconosciuto. Quando creo un lavoro, dietro c’è sempre un percorso mentale molto complesso e articolato, ma allo stesso tempo cerco di legarlo a un’idea facilmente riconoscibile – in questo caso il mito di Icaro – che possa servire da appiglio al pubblico per riuscire a godere al meglio di ciò che vede.

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Che tipo di lavoro hai portato avanti con i due giovanissimi interpreti?

Il lavoro che stiamo portando avanti è molto forte, minuzioso, stiamo indagando un livello esperienziale che diventa parte integrante della composizione scenica. Ci sono momenti in cui i ragazzi raggiungono una densità incredibile e in questi frangenti io costruisco una struttura in grado di inglobare tutte le variazioni energetiche che riescono a esplorare. Tutto ciò rende difficile definire il tempo; c’è un senso di precarietà continua, di mutazione quasi perenne. È in questa fase che l’idea di Icaro riesce a tornarci utile per sviluppare il cambiamento di una condizione iniziale o il desiderio di andare oltre a ciò che è chiaro e definibile. Questa dimensione è stata elaborata attraverso l’immagine del corpo unico, alla ricerca di un atteggiamento diverso verso il corpo e il movimento.

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©Giuseppe D’Andria

 

Romeo Salvetti e Giulio Marri – i due interpreti di Icaro – come hanno vissuto questa ricerca verso il movimento ‘unico’?

Nel corso delle prove i due ragazzi hanno cercato davvero di amalgamarsi; tra di loro c’è sostegno, scambio, sono subito entrati in una dimensione di intima reciprocità. Tuttavia, data la giovane età, è comunque molto difficile comprendere appieno la dimensione di unità come senso di movimento energetico nello spazio, come costruzione di un corpo unico. Trovo che abbiano comunque compiuto un grande percorso esperienziale nell’esplorazione di questo concetto. Ciò che trovo meraviglioso è vedere come un gesto che per loro inizialmente era improponibile – e non parlo di un gesto codificato come un passo di danza, ma di uno sfiorarsi, un toccarsi, un sostenersi, uno spostarsi – diventa improvvisamente una cosa intima e personale, come se gli fosse sempre appartenuta e adesso hanno trovato la possibilità di riscoprirla. La cosa difficile di questa ‘questione’ del corpo unico è che spesso bisogna essere generosi, perché a volte bisogna dare tanto a volte bisogna sottrarsi per l’altro. È questo che cerco di insegnargli: sviluppare un atteggiamento di grande generosità non solo nei confronti di chi si ha accanto. Una delle cose più belle della danza contemporanea non è tanto la questione del movimento in sé ma l’atteggiamento che si ha verso il corpo e il movimento, che porta a sviluppare una diversa condizione di relazione con noi stessi e con il mondo che ci circonda.

                                                                                                                        Francesca Gennuso

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