Esperienze dall’Accademia sull’Arte del Gesto: incontro con Sergio Racanati, da Cenacoli Fiorentini#6

La forza motrice di Cenacoli Fiorentini#6_Grande Adagio Popolare risiede nella grande passione degli interpreti che hanno aderito al progetto dell’Accademia sull’arte del gesto, organo interno al Centro di produzione sui linguaggi del corpo e della danza diretto da Virgilio Sieni. L’Accademia – la cui attività non si confina solo nella sede fiorentina di Cango, ma si muove in più territori italiani ed europei – sviluppa un programma inedito di formazione verso la creazione, fondato su un continuum di progetti che coinvolgono danzatori e persone di tutte le età, compresi anziani e persone con disabilità. Tra loro spesso ci sono artisti provenienti da campi non afferenti alla danza, come il teatro di parola o le arti visive. In occasione di Cenacoli Fiorentini#6_Grande Adagio Popolare, abbiamo incontrato Sergio Racanati, un giovane artista pugliese che ha partecipato a Paesaggio#4, l’azione costruita da Virgilio Sieni per la Biblioteca di san Marco.

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© Jessie Chaffee

Come questa esperienza si è andata intersecando con il tuo percorso artistico di performer?

Io mi occupo di arte contemporanea e più specificatamente di ‘arte visiva’, ma il linguaggio che prediligo e dal quale faccio scaturire tutta una serie di formalizzazioni è la performance, che da un punto di vista costitutivo può essere definita come un insieme di azione e messa in scena, intesa in un senso completamente diverso dalla rappresentazione attinente alla sfera e alla drammaturgia del teatro. In questo momento storico, biologico e biografico ho creduto che fosse davvero venuto il momento di confrontarmi con un maestro, che ho trovato in Virgilio Sieni. Ho voluto mettermi alla prova, collocando il mio corpo in una dimensione di ascolto di un maestro dell’architettura del gesto. La poetica di Sieni mi ha molto colpito, soprattutto riguardo al lavoro di trasmissione del suo concetto di gesto e di corpo, inteso come dispositivo architettonico, politico e sociale che racconta e contiene l’archeologia, la storia dell’umanità. Questa è un’eredità preziosa, e tentare di ritrovarla riscoprendo il nostro corpo, e la storia secolare di altri corpi che esso contiene, è un lusso che sono stato contento di prendermi.

Ha dato avvio a qualche suggestione particolare?

Durante le fasi di creazione ho avuto una serie di ‘visioni’ che si sono via via concretizzate. Durante quest’esperienza si sono smosse delle cose che erano già sedimentate nel mio corpo, adesso son venute fuori.

Dalle prove alla rappresentazione. Dalla riflessione sull’archeologia del corpo, al contatto con la storia, nel tuo caso l’architettura di Michelozzo. Come è cambiata la percezione del tuo corpo nello spazio?

Ho avuto modo di partecipare anche ad altri eventi e quindi ho una doppia prospettiva, da spettatore e da interprete, in entrambi i casi ho percepito in maniera fortissima la dimensione sacra di questi luoghi, una sacralità avulsa dal concetto di religione. Ovviamente la sensazione è stata molto più imponente durante l’esibizione: se da una parte c’era la totale deriva del corpo, lo smembramento, la disgregazione, la drammaticità, dall’altra parte era presente una fortissima componente di solennità, di ascolto e di silenzio. Un altro aspetto secondo me importantissimo, che Sieni ha più volte sottolineato, e che condivido pienamente, è l’idea che sta alla base dell’intero progetto, ovvero quella di transitare, di vivere, di abitare con i nostri corpi contemporanei dei corpi architettonici che appartengono a un passato della storia dell’umanità, che in questo caso è il Rinascimento, un periodo in cui si è riposta attenzione alla possibilità che il corpo umano potesse nuovamente ergersi al centro della vita. Io credo che in un momento storico fortemente drammatico come il nostro, il corpo umano, nonché l’uomo stesso completamente smarrito, deve ritrovare un centro e quindi ritornare a meditare sul suo stesso corpo, sulle sue stesse energie, sulle interconnessioni tra corpo e corpi.

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© Jessie Chaffee

I tuoi ultimi due progetti 0XXL e [VLEN] sono definiti come «il ritratto di un percorso esistenziale, la fotografia di una vita intera, percorsa da una moltitudine e non da singoli individui che raccoglie sotto la lente di un caleidoscopio soggettività multiple, simmetriche e irregolari, che vivono all’interno dello sciame inquieto del quotidiano». Soggettività, percorsi individuali, anche se inseriti all’interno di un disegno unico che crea un’esistenza intera. Nell’azione che hai interpretato, invece, spesso si aveva come l’impressione che l’insieme dei corpi si fondesse in un unico corpo. Questo tipo di costruzione scenica è una delle caratteristiche fondanti della poetica di Sieni, e si basa su un concetto di unità e fluidità dei corpi che presuppone lo sviluppo di una sorta di generosità: per essere un corpo unico a volte bisogna dare tanto, altre volte bisogna sottrarsi per l’altro. Come ti sei rapportato con quest’unità, questo scambio costante tra flussi energetici di corpi diversi, ma uniti in un’azione unica, considerando anche la tua esperienza performativa individuale?

Proprio l’incontro con la poetica di Virgilio Sieni che presuppone il lavoro all’interno di un unico corpo, popolato da diversi corpi, è uno dei motivi per cui ho deciso di confrontarmi con questa esperienza. Lavorare con la necessità di donarsi all’altro credo che sia il postulato principale con il quale entrare nella più pura dimensione della performance. Mi interessa moltissimo approfondire e sperimentare questa dimensione della creazione corale, che a volte prende i toni di una creazione comune, ma con diverse specificità umane. Ognuno di noi ha delle potenzialità o dei deficit iscritti nel nostro corpo, e il valore aggiunto della pratica proposta dall’Accademia sull’Arte del Gesto è proprio questa compartecipazione di pregi e difetti alla ricerca di un incontro armonico.

Rispetto alle altre azioni, tutte costruite senza un punto di vista fisso, quello che è successo alla Biblioteca di San Marco è stato completamente diverso. La particolare costruzione spaziale della Biblioteca di Michelozzo moltiplicava il punto di vista in maniera esponenziale rendendo l’azione mutevole e in un certo senso anche effimera. Hai percepito questa sensazione? Come l’hai vissuta?

La possibilità di vedere la performance da diversi punti di vista ha creato un dialogo e allo stesso tempo ha dato all’azione un ritmo: il ripetersi degli archi e delle colonne, l’ampiezza della sala divisa in tre navate  crea un impianto scenografico su cui l’azione si adagia e si cadenza. La labilità della separazione tra pubblico e interpreti ha come aperto una finestra sull’umanità stessa. Se volessimo fare una lettura iconografica dell’azione, delle composizioni coreografiche dei terzetti, duetti, o dell’unità stessa dell’opera, secondo me si ritrovano delle figure archetipiche, che ricalcano un lavoro sulla forma primordiale, primitiva, ancestrale. Una delle suggestioni su cui ho riflettuto tanto durante le prove è la strepitosa naturalezza con cui è stata decostruita l’estetica dell’azione coreografica alla quale siamo abituati ad assistere, in modo da dare spazio alla necessità di tornare a un corpo nudo, crudo, libero dalle sovrastrutture che a volte ci creiamo, un corpo che potrebbe ergersi a protagonista di un nuovo umanesimo.

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© Jessie Chaffee

Domanda leggermente più provocatoria. Tu sei un artista, che ha partecipato a questo progetto con l’intento di sfamare la propria arte. Tuttavia, c’è stato un varco in cui l’uomo è riuscito a godere dell’esperienza? Ci sono stati momenti in cui sei riuscito a scindere l’unità tra artista e uomo dando priorità al secondo? 

Sì. Quando mi hanno fatto rotolare per terra ho provato la sensazione di tornare bambino. Ed è una sensazione che mi ha molto incuriosito, perché mi sono ritrovato ad azzerare ogni pulsazione; per qualche minuto ho anche annientato quella forza con cui cerco di far arrivare i miei impulsi al pubblico. Il momento in cui son caduto per terra, e mi hanno fatto girare come se fossi morto, è stata per me un’azione zero, o meglio il grado zero dell’azione, ritornare bambino. Durante i quarantacinque secondi in cui rotolo per terra, a gambe e braccia aperte con la schiena completamente aderente al suolo, sono tornato bambino, ho veramente azzerato tutto, l’unica cosa rimasta era il mio respiro che mi serviva per rialzarmi e ripartire.

a cura di Francesca Gennuso

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