La grande fragilità delle Danze sulla Debolezza

Cartina alla mano, nomi di strade, poco tempo per raggiungere Campo San Maurizio. Sono le 16.25 del 26 giugno 2016 e sta per iniziare l’ultima replica di Danze sulla debolezza, la nuova creazione di Virgilio Sieni rappresentata alla Biennale Danza di Venezia 2016. La musica inconfondibile di Michele Rabbia, come il flauto del pifferaio magico, ti indica la direzione da seguire. Finalmente ci siamo. Gli spettatori sono seduti attorno al Campo, chi sui divani bianchi, chi a terra, formando la cornice di questo cerchio prima geometrico, poi umano.

IGhiddi_1

© Isabella Ghiddi

I protagonisti sono i sette danzatori del college che per due settimane hanno studiato la pratica dei gesti del coreografo, nonché direttore artistico della Biennale Danza.
L’azione coreografica, fatta di intrecci, di rincorse e di tensioni, richiama alla mente una sorta di danza arcaica, come quella delle antiche tribù. Un rituale, un lotta compartecipata, non per sopraffare ma per far sorgere il dialogo danzante tra i ballerini e lo spazio che abitano e che presiedono. Una lotta che incalza creando una disarticolazione del movimento nell’intento di riscoprirlo nella sua essenza primaria: uno degli interpreti pone la sua mano sulla nuca dell’altro che viene spinto verso terra e poi, con una propulsione verso l’alto, viene subito aiutato nel rialzarsi, nel rimettersi in equilibrio.

IGhiddi_5

©Isabella Ghiddi

Un roteare dinamico generato da passi, da salti, dall’estensione fisica dei professionisti i cui corpi scivolano seguendo la musica che Michele Rabbia, anch’esso presente in scena, ha composto appositamente per questa performance, dando origine, come avviene in tutte le sue creazioni, a una sorta di dialogo sonoro con i protagonisti. I corpi sono leggeri e nonostante il ritmo rapido e veloce non fanno trapelare nessuna stanchezza fisica, ma solo energia che si rivela dai movimenti di ciascun danzatore.

IGhiddi_7

©Isabella Ghiddi

I ballerini improvvisamente sciolgono il nodo corporeo per dare spazio all’entrata dei non professionisti, seduti ai margini del campo, proprio come il pubblico, in attesa di prendere posto all’interno dell’azione artistica. In principio si denota la fisicità e l’attitudine corporea differente tra chi danza per professione e chi no, ma poi la coreografia riesce a miscelare le differenze iniziali e a rendere il gruppo compatto; diversamente a quanto è avvenuto in alcuni dei precedenti lavori di Virgilio Sieni, in cui i ballerini danzavano inizialmente da soli e verso la fine avveniva la fusione (Divina Commedia_Ballo 1265).

IGhiddi_26

©Isabella Ghiddi

Rintocchi di tamburo, silenzio tra un battito e l’altro. I protagonisti respirano, prendono fiato e camminano lentamente, aprono il cerchio per poi iniziare ad accelerare e riunirsi verso il centro del campo, chi a destra chi a sinistra, dando origine a gesti più incitati.

In Danze sulla debolezza ciò che sembra caos non lo è; tutti i movimenti lasciano intravedere l’impulso di ogni singola azione corporea, ripetuta in loop. L’abilità dei non professionisti è infatti anche quella di riuscire mantenere il passo della performance nonostante il tempo ritmico sollecitato. È come osservare il caos danzante di Nietzsche, che genera momenti di apertura nei confronti della delicatezza umana in cui si racchiude l’essenza di ciascuno di noi. Danze sulla fragilità, proprio perché è a partire dalla volubilità umana che si può rafforzare il proprio sé e la propria necessità d’essere.
La sensibilità di questa debolezza riesce a emergere dal magmatico corpo coreografico che si attorciglia, si apre e si dischiude tessendo i fili di sguardi e di intenzioni, di attese e di coinvolgimenti, sia dei partecipanti sia del pubblico. Un esempio è quando gli interpreti si dirigono verso gli spettatori, allungando loro una mano, come un invito a entrare a far parte di questa agorà.

IGhiddi_4

© Isabella Ghiddi

I colori pastello che contraddistinguono i costumi di scena di Sieni aggiungono una nota di dolcezza a questa fragilità che sembra seguire il percorso naturale di ciascuna vita umana: siamo sempre alla ricerca di qualcosa di stabile e quando l’abbiamo trovato, quando abbiamo individuato il nostro centro, l’instabilità ritorna e fa scaturire un’altra rincorsa verso nuovi equilibri. Lo sguardo e il susseguirsi dei gesti richiamano qualcosa che ciascuno di noi custodisce gelosamente, all’interno del proprio essere: la sua leggera precarietà, che non è sempre qualcosa da cui scappare. Forse è proprio per questo che nelle coreografie di Sieni si ha quell’impressione di intesa, di compartecipazione, che ci fa sentire coinvolti in quello che si osserva.

IGhiddi_17

©Isabella Ghiddi

Ed è questo uno dei meriti che spetta al grande coreografo: la capacità di sapere creare compartecipazione, a volte passando tra i quadri predisposti a terra per permettere allo spettatore di crearsi una propria coreografia, e a volte semplicemente osservando ciò che siamo, tutti. L’umano che prende coscienza del suo corpo e della sua gestualità, delle sue radici e tutto quello che c’è in fondo, tutto ciò che ha delle risonanze e che viene riportato alla memoria.

Sara Fulco

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...