In quale tempo si danza? La narrazione della favola contemporanea di Babele

Sul palco del Saloncino del Teatro della Pergola, avvolto nella penombra, il musicista Roberto Cecchetto appare con la sua chitarra. Nella platea un grande foglio bianco, all’interno del quale, sui primi accordi dello strumento, quindici colorati arlecchini prendono ordinatamente posto nelle file dei banchi di scuola.
Babele, la nuova creazione di Virgilio Sieni per il Festival La Democrazia del corpo, visibile ancora stasera, 30 ottobre alle ore 18.30, crea un dittico con la produzione di Angelus Novuspresentata nel 2015, in occasione di Umano, sia per il luogo utilizzato, ma anche  e soprattutto come qualità di percorso. Nuovamente gli amatori dell’Accademia sull’arte del gesto si impegnano insieme ai danzatori professionisti a tessere un discorso poetico e fisico, vivendo insieme il teatro come un momento estremamente tattile. Ognuno si esprime all’interno delle proprie possibilità, condividendo con gli altri il proprio percorso di creazione, attraverso un’archeologia del movimento.

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Babele_© Tatiana Boretti

Immediatamente visibili agli occhi dello spettatore sono i riferimenti ad una mappatura esterna, che viene individuata nel corpo dell’altro e nelle sue fragilità, accompagnata da una percezione malinconica costante, rintracciabile anche nella figura di Arlecchino.
I gesti tenui, a volte quasi impercettibili, degli interpreti vengono gradualmente stratificati in un crescendo che a tratti sfocia nell’unicità del movimento comune, per poi sedimentarsi e riprendere il regolare respiro del singolo individuo, sempre alla ricerca di una possibilità di comunicazione con l’altro, con il diverso.

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Babele_ph Sara Arfanotti

Durante l’incontro di approfondimento con il coreografo Virgilio Sieni e lo storico del cristianesimo Giancarlo Gaeta sono emersi degli aspetti che forse a un primo sguardo non risultano completamente chiari. Ognuno degli interpreti si porta dietro qualcosa della propria esperienza di vita, della propria personalità, stabilendo una reciprocità tra abilità tecnica professionale del danzatore e non abilità tecnica appartenente all’amatore, creando un risultato in qualche modo inaspettato. Parafrasando le parole di Giancarlo Gaeta: «Lo spessore della propria esistenza viene in questo caso portato sulla scena, il che significa che non si stabilisce uno scarto, come spesso avviene nel mondo dello spettacolo, tra professionalità e vita personale. In questi lavori di Sieni, i due aspetti procedono insieme, permettendo l’accadere di un qualcosa che succede di rado, in tutti campi».

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Babele_ph Sara Arfanotti

«Ho l’impressione che nella nostra società manchino fondamentalmente almeno due elementi: la possibilità di esprimersi non in modo settoriale e la possibilità di narrare delle favole. Siamo un po’ tutti scissi in tanti piccoli pezzi, e riuscire a ricomporre se stessi con una coscienza di sé unitaria è fondamentale, ed è quello che un po’ avviene in queste situazioni. Chi assiste a questo tipo di spettacolo, in qualche modo tende a tornare, perché percepisce qualcosa che normalmente non gli è dato. La qualità del narrare è andata in gran parte persa nella storia della nostra cultura; i personaggi nelle narrazioni favolistiche, hanno solitamente una certa densità, non sono semplicemente elementi costitutivi del racconto, ma vengono rappresentati insieme alla propria storia, e i Vangeli altro non sono che favole. L’interprete porta sulla scena qualcosa appartenente alla sua realtà. E questo è percepibile dallo spettatore, che determina sicuramente anche delle imperfezioni, delle difficoltà, delle approssimazioni, ma sono proprio questi elementi accrescono la concretezza di ciò che succede nella coreografia».

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Babele_© Tatiana Boretti

«Si potrebbe definire questa tipologia di coreografie come di ricerca sperimentale, non intesa come avanguardistica, ma piuttosto come un percorso riguardante in modo molto ravvicinato, l’esperienza, sia professionale, ma soprattutto umana del singolo individuo. Il percorso intrapreso fino ad arrivare all’esito finale, comporta una nuova consapevolezza anche per lo spettatore, che in qualche modo sperimenta qualche cosa che esula dagli schemi tradizionali, da ciò che è canonico allorché si parli di danza e di spettacolo. E questo succede soltanto attraverso la trasmissione di ciò che è reale, grazie all’intreccio di competenze e unità diverse, che alla fine si fondono in un’esperienza umana comunicabile».

Come in una favola contemporanea, gli elementi strutturali della coreografia di Babele si arricchiscono del patrimonio fisiologico e personale dell’interprete. Il tracciato della personale esperienza di vita diventa visibile agli occhi di chi guarda, rendendo nuovamente tangibile la narrazione di un episodio antico riguardante l’umanità odierna.

Sara Arfanotti

Saloncino Teatro della Pergola | Via della Pergola, 30 – Firenze
coreografia e regia Virgilio Sieni
produzione Fondazione Teatro della Toscana
danzatori Claudia Caldarano, Maurizio Giunti, Lisa Labatut, Gioia Martinelli, Giulia Mureddu, Davide Valrosso
altri interpreti Lino Bandini, Sonia Bieri, Gregorio Ceccarelli, Otello Cecchi, Giuseppe Comuniello, Graziano Giachi, Sergio Elisei, Dagmar Lorenz, Ilaria Tocchi
musiche originali eseguite dal vivo dall’autore Roberto Cecchetto (chitarra)
costumi Elena Bianchini
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