Sylphidarium-Una danza, un amore e il corpo

Un corpo a terra, rannicchiato, immobile. La scenografia, composta da un telo chiaro che si prolunga fino alla parete, sembra richiamare la pagina bianca di un libro ancora da scrivere. Eppure la storia di Sylphidarium-Maria Taglioni on the ground  è già nota: nasce dalla famosa vicenda intitolata La Sylphide che racconta del promesso matrimonio tra James ed Effie, della silfide innamorata del futuro sposo che gli appare in sogno il giorno prima delle nozze, della strega Madge che dona a James una cravatta avvelenata per catturare la silfide scappata nel bosco e ammazzarla.
La Sylphide, Ballet blanc in due atti, che con la leggiadria della protagonista Maria Taglioni diede origine al balletto romantico, si sviluppa poi con Les Sylphides, balletto coreografato da Michail Fokine su musiche di Chopin, orchestrate da Glazunov, che vede l’aggiunta di quattro variazioni e un pas de deux. Tra riprese ed esecuzioni magistrali, tra cui quella del 1909 a cura dei Balletti Russi, si giunge fino a oggi con Sylphidarium del CollettivO CineticO, che dopo Torino, Roma e Bologna approda a Firenze nell’ambito del Festival La democrazia del corpo.
L’azione si avvia sulle metalliche sonorità di una voce al microfono, un fuori campo che ricorda i documentari scientifici, che ci presenta e introduce i protagonisti della scena. Come figure pop-up che fuoriescono dalla pagina del libro, ecco presentarsi «la specie dei James e delle Effie», caratterizzati da kilt rossi e neri, edera verde, pungente e avvelenata, la strega Madge vestita di nero e vari esemplari di silfidi che indossano abiti, pezzi di tessuto, scarpette bianche. Protagonisti-animali, che vestono tutine, cappelli di pellicce, pantaloni attillati in pelle nera, frustini, tacchi a spillo, sfilano a passo sicuro sulla candida passerella, illuminata e splendente, fermandosi a volte in posa per essere osservati, fotografati, studiati.

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photo©Giuseppe-Distefano

Gradualmente la voce fuori scena scompare, lasciando pieno spazio al brano musicale creato ad hoc dal musicista Francesco Antonioni; il corpo piegato a terra – on the floor – si alza e, su una tessitura sonora di rulli di tamburi, due uomini nella penombra danno vita a un ballo tribale dal sapore arcaico.
Voltando pagina, la musica vira verso sonorità contemporanee e prende sfumature elettroniche che accompagnano tre coppie di James ed Effie nella narrazione di svariati modi di mettersi in piedi, di resistenza e contrappeso amoroso, in cui ciascuno trova la propria sintonia e la propria stabilità. C’è chi è a testa in giù, chi sulla schiena dell’altro, chi a quattro zampe: animali corporei che «analizzano possibilità meccaniche del corpo» e del modo di amarsi. Ma ecco che irrompe lei, la silfide con le famigerate scarpe  a punta, che separa le coppie, crea scompiglio nel cuore dei James e riporta i protagonisti a uno stato di nudità sia fisica sia sentimentale. Li accompagna nel bosco, nell’immaginario storico che richiama la perdita del sé e la sofferenza, la selva oscura in cui c’è la tentazione e in cui i protagonisti si svestono per concedersi all’amore puro, senza differenziazzione di genere, riscoprendo quell’impeto carnale, fatto di baci appassionati, che vengono testati e assaporati.

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photo©Giuseppe-Distefano

I geni dell’aria, figure maschili conosciuti anche come silfi, prendono il posto dei James e sulle punte bianche corrono lungo la scena creando spirali e vortici, in cui l’abilità e la tecnica del balletto classico vengono ricostruiti per poi essere smontati, sezionati, grazie ai gesti sempre più corporei, solidi, tangibili, che permettono allo spettatore di seguire con lo sguardo ogni muscolo messo in moto: dal movimento della pancia fino a quello delle scapole.
Sylphidarium è un racconto che ci riporta non solo alla simbologia della storia del balletto, alla metafora dell’amore nelle sue fasi d’innamoramento e declino, ma ci aiuta anche ad esaminare quello che di più preciso e minuto c’è all’interno di un corpo, di un gesto. Parassiti coleotteri, “silfidi” dalle ali nere, che spostano l’attenzione «dall’egemonia visiva a una priorità tattile, a una tridimensionalità percettiva», che permettono allo spettatore di apprendere la danza e il suo linguaggio partendo dall’esterno, dall’architettura di una coreografia precisa, per arrivare poi all’interno, in cui minuziosamente si possono scoprire tanti piccoli ossicini e muscoli.
Coleotteri attratti dai corpi in decomposizione utilizzati per «determinarne la data del decesso» , che non significa morte ma rinascita in realtà nuove.

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photo@Giuseppe-Distefano

Nell’ultimo atto, in cui i performer sono tutti riuniti sul palco, in una danza ininterrotta su punte e scarpette bianche, vediamo, con ancora maggiore evidenza, i vari concept di danza contemporanea attingere alla tradizione con occhio attento e preciso, per poi superarla generando nuovi studi, nuove proposte di tensioni e movimenti. Mentre la musica si affievolisce, la penombra scende e la performance si conclude, il fulcro di tutto torna ad essere  il corpo e la sua essenza.

 

Sara Fulco

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