RADICAL LIGHT di Salva Sanchis – Un debutto ‘spaziale’

Cinque creature vestite con abiti neri casual trovano la loro base di atterraggio su un tappeto lilla a forma di rombo con gli angoli laterali adiacenti alle pareti affrescate della sala grande di Cango. Illuminati da una luce bluastra, i danzatori di Radical Light, debuttato a Firenze in prima nazionale il 17 novembre per il Festival La Democrazia del corpo, iniziano il gioco di risonanze complesso, attento, stratificato, fluido, matematico, con tranelli che solo inizialmente possono lasciarci perplessi.
Il coreografo Salva Sanchis, direttore artistico dal 2009 del Kunst /Werk, che annovera tra le sue collaborazioni quella con Anne Teresa De Keersmaeker, fa parte della performance.
Gli interpreti,
 con movimenti delicati e gesti scorrevoli esplorano i propri corpi posti sull’arazzo
scenico, in un atterraggio ‘spaziale’ che confonde gli spettatori: sono i danzatori che fuoriescono dallo spazio o siamo noi a delimitarne uno? Il rombo lilla, sospeso sul linoleum nero, è semplice decorazione? O passerella su cui si creano assoli, duetti, unisoni corali? 

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Radical light_© Bart Grietens

Il pubblico, seduto su tre fronti, sembra quasi irrompere nella scena. Lo spazio centrale viene riempito da una danzatrice che con movimenti lenti, frammentati e dinamici inizia una partitura coreografica che indaga il movimento in modo puntiglioso, analitico, calmo. Da qui nasce un duetto, mentre fuori nell’apparente cornice buia e nascosta un danzatore apre la bocca, come per pronunciare una “O” ben scandita. Le attenzioni si spostano sugli interpreti al centro del tappeto, dove i contorni delle sagome sono più definite, ma fuori il movimento non si arresta; gli impulsi sono ben scanditi e si trasmettono costantemente attraversando tutto lo spazio scenico che si carica sempre più di energia pronta a esplodere.
Proprio quando lo spettatore decide che lo spazio geometrico non delimita più un perimetro d’azione, ecco che un danzatore accenna con un piede di voler esplorare lo spazio esterno, riportando lo spettatore al quesito iniziale: “Siamo noi a definire lo spazio?

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Radical Light_© Bart Grietens

L’attenzione alla musica va di pari passo a quella del movimento, due elementi che si fondono rendendo tangibili le vibrazioni e pulsazioni cosmiche, le onde acustiche e i bit resi visibili dai corpi. Sanchis dimostra di avere un approccio personale nella relazione concreta con la musica, con il suo valore compositivo e con la danza, facendo ruotare i due elementi attorno a un impulso comune. I micro-suoni modulati e contemplativi, creati da  Senjan Jensen e Joris Vermeiren – due sound designer sconosciuti con il nome di Discodesafinado –, inducono nel pubblico uno stato di trans che ipnotizza lo spettatore. La fluidità e ritmicità lascia spazio anche a momenti di pausa, alternati a pose quasi congelate  che poi ripartono con una dinamica sempre più sostenuta. I corpi si toccano, prima in un duetto, poi in un trio in evoluzione connesso con gli altri due danzatori statici, uno in bilico sull’angolo della chiara piattaforma e l’altro a terra nel proscenio oscuro. Appare una proiezione sul fondale, ma il tempo di accorgersene e già scompare. Iniziano impulsi. Muoiono. Si fermano e ricominciano, come un corpo unico scomposto formato da atomi diversi, con fisicità e qualità differenti. Una sequenza a canone porta i danzatori in un unisono: piccoli passetti ritmati sul posto, rotazioni intorno al proprio asse.
La musica elettronica, sempre più potente, accompagna le variazioni della scena centrale: spirali, torsioni, sempre più spirali e sempre più torsioni vorticose. L’esplosione: pulsazioni, rumori metallici, unisoni sciolti e ricomposti, luci blu dal basso del proscenio, un filo luminoso dal retroscena alterna il colore dal blu, al viola, dal violetto, all’arancione.
La platea è sempre più in trans e ipnotizzata, i suoni si sommano, la dinamica e complessità coreografica aumentano fino a diventare un flusso. La spina si stacca. Silenzio. I corpi congelati scompaiono nel buio. Un flash accecante privo di luce. Una caduta libera che lascia lo spettatore immobile.

                                                                                                                                                                      Camilla Guarino

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