Look and Dance, As You Are

Un tappeto bianco, una linea di par dal sapore grunge, una schiena nuda; questi gli elementi da cui prende corpo e azione Come as you are, ultima creazione del coreografo, danzatore e performer Jacopo Jenna, andata in scena, in prima assoluta, lo scorso 2 dicembre a Cango, nell’ambito del Festival La Democrazia del corpo, diretto da Virgilio Sieni.

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foto di Giulia Broggi

Ponendosi al di là dell’universo di senso che richiama la celebre canzone dei Nirvana, Come as you are crea un rapporto trasversale con il mito di Kurt Cobain, mostrato qui dal titolo di una delle sue creazioni più rappresentative, richiamando una dimensione che viene evocata ma non raffigurata. La voce graffiante del leader dei Nirvana non fa nemmeno la sua comparsa in scena, del famoso pezzo di Nevermind viene solo estrapolato il riff iniziale che fa da sfondo sonoro all’esordio dell’azione. Come as you are è dunque un pre-testo, uno spazio semantico che funziona da doppio invito, per il coreografo e per gli spettatori, a creare e a percepire il movimento nel suo flusso e non nella sua ricerca di rappresentazione.
Una danza che si interfaccia con lo spettatore proponendo un movimento puro, espressione estrema di un corpo e del suo tracciato spaziale.

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foto di Giuseppe Distefano

Da una parte il mito, dall’altra l’uomo, in una costellazione di gesti che squarcia ogni mitizzazione per restituire al pubblico la ‘verità’ del movimento.

La decodificazione dell’azione coreografica non è semplice, né immediata. Il tutto si dilata in una pluralità di percezioni sensoriali che ne rendono la ricezione multipla, quasi sinestetica: un’armonia di luce, corpo, suono che rende la dimensione scenica estremamente tattile.

La molteplicità di percezioni si traduce anche nella stessa natura dell’azione, divisa in due sezioni: una prima parte in cui il movimento si dilata per accumularsi in brevi frammenti, tra linee spezzate e percorsi lineari, e una seconda in cui il gesto di Jenna si integra al lavoro grafico di Jacopo Miliani, che ha decostruito il testo della canzone per riportarlo sulla scena secondo una forma puramente grafica, stampandolo frammentato in una serie di asciugamani di spugna bianchi e rossi.

L’azione si apre su un tessuto musicale a contrasto, che accompagna l’illuminarsi della fila di par, Jenna è di schiena, in penombra. Da qui partono movimenti essenziali, con cui il danzatore si sposta da un punto all’altro del piano orizzontale; i suoi gesti diventano gradualmente sempre più fluidi, come ingranaggi che si oliano lentamente in un viaggio attraverso la tridimensionalità dello spazio.

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foto di Giulia Broggi

L’intero percorso viene svolto di schiena, in un dialogo a-personale che nega l’espressività del volto, come a celebrare l’assenza di rappresentazione. Quei brevissimi frammenti in cui intravediamo il suo viso sono solo stati intermedi di una danza che sfugge allo sguardo, che si crea e si distrugge davanti all’occhio di uno spettatore investito anch’egli dal movimento scenico: non appena l’occhio ha l’impressione di aver afferrato un gesto subentra un’altra percezione sensoriale che obbliga a cambiare prospettiva e a ricominciare da capo l’inseguimento.

Il rapporto che il corpo intercorre con la musica passa dal contrappunto, con movimenti in continua mutazione che si scontrano con la ripetizione in loop dello stesso segmento musicale, all’unisono, con il corpo che segue l’impulso dato da squarci nel tessuto sonoro, accelerando l’intensità e l’estensione del movimento. Ad ogni cambiamento di ritmo, velocità, fluidità, il corpo assume una dimensione fisica diversa, esplorata anche con micromovimenti dei muscoli e dei tendini della schiena.

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foto di Giuseppe Distefano

Mentre la musica si fa martellante, la luce diventa misterica, onirica. L’ambiente diviene progressivamente freddo, chiaro, creando attimi di penombra in cui il riflesso dell’ombra sul tappeto bianco dilata ulteriormente il movimento. Il composito disegno luci di Giulia Broggi scuote la scena senza essere invasivo, realizzando un flusso luminoso, estetico ma anche funzionale al tempo dell’azione, che crea diverse percezioni del corpo in base all’intensità del cromatismo.

L’impatto visivo di questa prima parte dell’azione somiglia molto a un lungo piano sequenza che guida lo sguardo dello spettatore fino al dettaglio con cui l’inquadratura si restringe, mutando l’estensione spaziale del movimento nell’assorbimento dell’impulso primario.

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Foto di Giuseppe Distefano

Tra la prima e la seconda parte la barra di par si illumina in crescendo, diventando quasi accecante. Entra Artu Trash, anche lui di spalle, e accenna accordi e fraseggi musicali con la chitarra. Ecco gli asciugamani. Il disorientamento delle luci si snoda in contrappunto con l’armonia dello strumento.

Sul suono greve e fragile della chitarra, Jenna dispone gli asciugamani con un rigore che pare dare un senso alla decostruzione testuale con cui Jacopo Miliani ha trasformato la canzone in elementi semantici, pronti a essere trasformati in impulsi cinetici. Jenna vi si stende, li assapora e poi comincia a scomporli, distruggendo nuovamente un ordine posticcio per ricercare nel caos il senso primario della sua danza. La musica diventa un leggero strato sonoro che ricorda il suono della penna che scorre sul foglio.

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foto di Giuseppe Distefano

Prende un mucchio di teli e lo mette sulla testa. Ne espone qualcuno – TAKE YOUR TIME – e lo lancia, per poi riprendere a rotolarvisi sopra e a farne masse indistinte da usare come contrappeso per una caduta. Li getta in aria come per lasciarsi inondare dalla velocità del volo. Li usa come contrappeso per indurre la lentezza del movimento, o come appoggio morbido su cui buttarsi. DON’T BE LATE diventa un paravento dietro cui ripararsi, AN OLD una spinta per la rincorsa.

Un fluire caotico di gesti, un suggestivo susseguirsi di impulsi che sembra comporre un disegno intimo: l’essenza del movimento che viene decostruita con l’intenzione di essere compresa, vissuta, come un vecchio ricordo da assaporare, giurando di non aver nessuna pistola con cui annientarlo.

Francesca Gennuso

CREDITS
Coreografia e danza:  Jacopo Jenna
Set e immagini: Jacopo Miliani
Musica e disegno sonoro: Luca Scapellato LSKA
Live guest: Artu Trash
Disegno luci: Giulia Broggi
Organizzazione: Luisa Zuffo
Produzione: Kinkaleri, Cango_Centro di produzione sui linguaggi del corpo e della danza

 

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