WE-POP, conversazione con Davide Valrosso

Un dialogo tra due corpi, uno scambio, una simbiosi, una lotta: Maurizio Giunti e Davide Valrosso sono i performer protagonisti di We-Pop, ultima creazione dello stesso Valrosso, in scena oggi a Cango nell’ambito del Festival La Democrazia del corpo.
Dopo il debutto dell’anno scorso con Cosmopolitan Beauty, Valrosso ci presenta il suo nuovo progetto coreografico nato dalla collaborazione con il Festival Oriente Occidente di Rovereto.

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ph Laura Sciortino

La versione presentata oggi rappresenta la fase intermedia di questo lavoro di creazione diviso in più stadi: dal debutto a Rovereto si giunge a questa short-version nata all’interno della residenza artistica presso Cango-Centro di produzione sui linguaggi del corpo e della danza diretto da Virgilio Sieni- a cui seguirà un’ultima versione che verrà portata al Teatro Comunale di Vicenza. Le tre fasi in ultimo verranno messe in scena in forma completa a Reggio Emilia presso la Fonderia 39, Fondazione nazionale per la Danza ArteBalletto nel corso della prossima stagione.

La fase di studio che dà vita alla short-version a cui assisteremo questo pomeriggio, riflette sulla grammatica del corpo tesa alla ricerca di una forma indipendente di linguaggio. In questo stadio, infatti, il lavoro perde tutta una serie di piccoli artifizi legati alla luce, a  certe scelte di costume, favorendo una neutralità che pone l’accento sul corpo e sulla sua essenziale morfologia.

Abbiamo incontrato Davide Valrosso che ci ha raccontato i vari input creativi che hanno connotato questo secondo step  di We-Pop.

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ph Laura Sciortino

Partiamo dal titolo: WE-POP, qual è il rapporto che intercorre tra la tua ricerca artistica e la cultura popolare?

L’idea originale era fare un lavoro legato esclusivamente a un’immagine POP, intesa come visione popolare della danza, poi in realtà la ricerca si è dilatata su molteplici livelli. Di base c’è un’indagine del rapporto tra ciò che è direttamente riconoscibile come danza e ciò che invece richiede uno sguardo più attento e partecipe, in sintesi tra movimento simmetrico e movimento asimmetrico. Il movimento simmetrico corrisponde a una visione più accessibile della danza, che ha un’immediatezza maggiore rispetto a una forma irregolare che invece richiede uno sguardo diverso da parte dell’osservatore. Questi elementi vengono usati in maniera molto diversa a seconda della tipologia di danza che s’intende mettere in scena, il mio tentativo, in una breve coreografia di venti minuti, è quello di trovare una metodologia diversa per combinare questi due approcci: indagare una prassi gestuale che riesca a creare una nuova forma all’interno di una stesura ritmica più o meno riconoscibile. La sensazione che ho, è che ci siano due modi diversi di fare danza, indipendentemente da stili e gusti, legati all’uso del corpo e dello spazio; la mia ricerca sta proprio nell’indagine di un linguaggio che riesca a unificare questi due spazi in modo tale che entrambi possano scoprire la bellezza dell’altro. Credo che la creazione artistica contemporanea necessiti di porsi in una posizione di innovazione costante, senza però comportare il totale rifiuto di tutti quegli elementi che abbiano una certa riconoscibilità.

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ph Laura Sciortino

Nella sinossi accenni anche a un uso particolare del simbolismo e del cliché contemporaneo, in che senso?

Questa versione è spoglia di qualsiasi orpello, dai costumi alle maschere; io e Maurizio [Giunti n.d.r.] siamo partiti da un modo di utilizzare il corpo secondo movimenti fortemente simbolici, quasi gestuali, molto dichiarati, ma nello scorrere del lavoro ci siamo allontanati da alcune forme, che sono state usate come punto di partenza per evocare le consonanti della forma grammaticale che si sta cercando di trovare. I cliché contemporanei, invece, sono inseriti in una maniera estremamente velata, come spunti per ricercare una forma di equilibrio tra questi due paesaggi differenti. In questa fase, lo scambio con Maurizio è stata fondamentale; essendo un duetto già nella natura del lavoro c’è un dialogo e uno scambio continuo, in più noi ci troviamo in un rapporto di grande parità professionale ed esperienziale, lavoriamo entrambi con un grande coreografo [sia Davide Valrosso che Maurizio Giunti sono parte della Compagnia Virgilio Sieni] che ci ha trasmesso tanto. In questa fase di ricerca ci siamo ritrovati a mettere in pratica la nostra esperienza comune, diventando di fatto co-creatori del lavoro.

A tal proposito Maurizio Giunti aggiunge:

I cliché contemporanei o il simbolismo non sono stati completamente abbandonati, sono elementi che hanno stratificato il lavoro; gli spostamenti nello spazio o il modo di porsi al pubblico sono stati inglobati. Il simbolismo legato a un animale o a qualche figura specifica è più velato, per favorire il linguaggio che si ricerca. C’è un margine di variazione che va a nascondere queste cose che rimangono parte integrante della grammatica anche se non sono dichiaratamente visibili.

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Quali sono le linee guida della composizione coreografica?

C’è una struttura lineare abbastanza definita delle tematiche che abbiamo indagato secondo qualità specifiche nell’uso del corpo, ma in tutto ciò c’è anche una capacità del corpo di trovare le soluzioni e stratagemmi per fuoriuscire dalla struttura. La definizione delle tipologie dei compiti fisici è molto articolata, ma il vero lavoro sta nel trovare spiragli di variazione all’interno di tutte queste articolazioni. Noi tentiamo di essere estremamente radicali con i compiti prestabiliti, tuttavia siamo entrambi consapevoli che al di là del lavoro sul peso, sulla simbologia, sulla relazione, c’è l’uomo, l’umanità, la personalità, la piccola follia che fuoriesce, e per far sì che tutta questa miriade di istinti possa uscire fuori senza diventare un marasma tentiamo di avere una struttura dentro cui proteggerci, ma allo stesso tempo da cui fuoriuscire. Alla fine non si è mai completamente dentro o completamente fuori, si è nel mezzo di una lotta continua all’interno della propria pulsione e quindi ogni prova è un tentativo di ritrovare la misura di qualcosa che vuole sfuggire.

L’esplorazione di un nuovo vocabolario gestuale, il tentativo di unificare due approcci diversi alla danza, uno studio sulla grammatica del corpo, We-Pop, nella sua penultima fase di creazione, cerca di metterci di fronte a un senso altro del movimento «dove anche ciò che sembra familiare si ritrova avvolto nell’indeterminatezza».

A cura di Francesca Gennuso

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