FOUR + ISAIA 11, 6. Animali da favola

Quattro esserini sguizzanti, dall’agilità e l’udito felino. Ventiquattro animali in branco che disorientati vengono guidati da un fanciullo. Un ascolto sopraffino caratterizza la serata del 9 dicembre a Cango, Centro di produzione sui linguaggi del corpo e della danza, in cui sono andati in scena Four di Chelo Zoppi e Isaia 11,6 ideato da Giuseppe Comuniello e Virgilio Sieni.

FOUR di Chelo Zoppi

Dopo Nido di luce, le Cerbiatte Bettina Bernardi, Noemi Biancotti, Melissa Braccini e Linda Pierucci tornano a Cango con Four, quartetto debuttato alla Biennale danza di Venezia 2016 con la coreografia di Chelo Zoppi.

four1ph Daniele Stefanini

Sedute all’interno di un quadrato, in pantaloncini corti rossi e t-shirt nere e bianche, le giovani interpreti catturano sin da subito il pubblico seduto intorno al piccolo spazio scenico. Durante tutto il lavoro, della durata di circa trenta minuti, creano un flusso energetico e fisico che non si arresta mai, né durante gli attimi di pausa, né nei progressivi cambi di dinamica e spazialità. Quattro bambine cresciute esponenzialmente dal progetto Cerbiatti del nostro futuro, ormai a un passo dal professionismo, muovono le articolazioni segmentandole, disarticolandole costruendo accenni di canoni, frammentazioni, echi e risonanze.
Sotto un sibilo seguito da piccoli rumori creati dal musicista Francesco Giomi, i gesti appartenenti a un linguaggio difficilmente trasmissibile a delle adolescenti cominciano a proliferare in una catena di micro sequenze in cui la dinamica si alterna in modo irregolare, mai prevedibile ma assolutamente preciso, fluido e equilibrato. Sospensioni che cambiano la postura del semplice “sedere a terra”, in uno “stare” in continuo mutamento.
Le interpreti costruiscono e scompongono lo spazio, creano file e le sciolgono, formano cerchi per poi dissolverli, unendosi in duetti, terzetti fino a congiungere nuovamente in un quartetto. Oltre che alla tattilità spaziale e presenza scenica, sorprende – per chi non ha mai avuto la possibilità di vedere prima le Cerbiatte – la forte base tecnica, mai ostentata, portata in scena con leggerezza, quasi data per scontata; equilibri solidi ma precari, sospensioni che per un momento ti tolgono il fiato, unisoni sfuggenti, attimi di cedimenti all’interno di una proliferazione costante del movimento creato da un’energia sempre diversa, sempre perfetta. La carne nuda stride sul pavimento, le mani sono rigide e tracciano per terra un ipotetico schema per poi, con i palmi, cercare di schiacciare forse un insetto. Le braccia non si fermano mai, disarticolate riescono a mantenere la sospensione di ogni attimo, il senso di ogni cedimento e di ogni ripresa. Escono dallo spazio, rientrano, si osservano, si intendono come fossero un unico corpo, un’unica mente. Un assaggio delicato di genuinità, tecnica, delicatezza, e perché no anche di “giovane inconsapevolezza” che ti fa rimanere la giusta voglia in bocca di volerne ancora.

ISAIA 11,6 di Giuseppe Comuniello e Virgilio Sieni

Dodici interpreti bendati, disorientati, in continuo ascolto e contatto. Esseri bizzarri e curiosi, umani, entrano in scena in una fila sgangherata. Questi sono gli amatori che il 9 dicembre hanno presentato a Cango l’esito del laboratorio condotto da Giuseppe Comuniello e Virgilio Sieni. Con gli occhi coperti da brandelli di stoffe colorate e sciarpe, il gruppo/gregge/branco è guidato da un giovane fanciullo/pastore, il danzatore (non) vedente Giuseppe Comuniello. Brevi sequenze coreografiche richiamano alcuni animali biblici, non mimati ma colti nella loro essenza: il lupacchiotto gioca sul dorso, si lecca il muso e abbassa la testa; l’agnello è appena nato, ha zampette unite, attaccate, instabili; la pantera rende visibile il suo peso al contrario del capretto che lavora in sottrazione, leggero, con cedimenti delle ginocchia e torsioni della testa; il vitello sbatte la coda, rappresentata dal braccio che con una torsione del busto la lancia sulla schiena con un movimento lasso, portando il peso da una parte all’altra del corpo; il leone lento, spesso rannicchiato, a zampe incrociate, spalanca la bocca assonnato o affamato.

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Uno spettacolo che si sviluppa intorno ai temi della percezione, della vicinanza con l’altro, dell’ascolto, della tattilità e delle attese. Seguendo il passo biblico, il coreografo Virgilio Sieni ha suddiviso il lavoro in tre parti. Le persone bendate cercano di intuire l’animale che il giovane fanciullo andrà a interpretare. Ogni parte analizza la coppia di animali:

Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, La pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà (da ISAIA 11,6)

Alla fine di ogni parte il gregge se ne va mischiando insieme i due animali presi in questione.
Cadute, crolli, saltelli, passetti, sbadigli, stasi, impulsi, rumori sono importantissimi per definire l’orientamento e la struttura coreografica di Isaia 11, 6. Dopo essersi dispersi nello spazio e aver trovato il loro animale, sopra le fantastiche note dei Procol Harum (con i brani A whiter shade of pane, Conquistador e Homburg) che sdrammatizzano l’atmosfera, il bestiame viene riunito dal giovane pastore col quale si instaura una simbiosi. Il danzatore li accompagna e li guida suggerendogli la giusta direzione, dando loro sempre una via d’uscita. Per questo, nonostante Comuniello sia per gli interpreti un forte punto di riferimento, tutto diventa imprevedibile; c’è il rischio che al pastore possa sfuggire qualche capretto disperso nella sala grande di Cango, ma anche che qualche leone o pantera possano non cogliere il consiglio della guida proseguendo sicuri per la propria strada. Il pubblico è in suspense, o perché teme un possibile “errore” in scena, o perché al contrario, spera in un maggiore disorientamento degli interpreti che destabilizzi qualcosa dall’interno. Isaia 11, 6 si fonda su una sensazione costante di ‘imprevisto’ senza la quale, tutto il lavoro non avrebbe senso di esistere.

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Due persone rimangono in scena, Comuniello ascoltandoli, li recupera, prima si girano intorno senza saperlo, poi si ritrovano in un commuovente incontro.
La scena è vuota ma nel silenzio viene subito ripopolata da una fila che sembra “riprovarci”. Questa volta al centro, il giovane fanciullo capofila, con una circonduzione delle spalle trasmette il movimento a domino, la geometria imperfetta si scioglie. Gli animali si isolano, fanno gruppo, si disperdono. La verità del gesto, l’umanità del gesto, alla base di tutti i lavori del coreografo fiorentino, qui si fa concreta e perfetta nella sua imperfezione. Non solo gli interpreti sono non professionisti ma sono privati di un senso essenziale per muoversi nello spazio. L’ascolto che si genera non è più una delle tante parole considerate ormai scontate in questo genere di processo creativo. Le braccia sono tese in avanti per necessità, i compagni si tengono in contatto perché bisognosi dell’altro, i movimenti sono attenti e curati per non rischiare di farsi male o di fare male a chi può avere accanto. Ecco che tutta l’umanità emerge, costruendo un paesaggio fiabesco abitato da una comunità di personaggi smarriti che proseguono per la loro strada accettando gli aiuti e gli inciampi in una transumanza di corpi fragili, insicuri o sicuri davanti all’evidenza di uno sbaglio.

                                                                                                                                         Camilla Guarino

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