Rito

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Rito come reinvenzione, trasfigurazione del proprio corpo.
Rito come possibilità di guardare il mondo con occhi nuovi, diversi, rinfrescati.
Rito come condivisione di gesti e posture, come sacrificio, ciclo, come creazione e ritaglio di spazi comuni e celebrazione della collettività, dell’agorà, della polis, luoghi principe di incontro e di scontro in cui si riflette, si negozia, si rimodella il proprio posto nel mondo.
Partendo dalla riflessione sul corpo, inteso in tutte le sue accezioni, Virgilio Sieni sostiene la necessità di inserirlo in un sistema molto più ampio, un sistema quotidiano, ancestrale, un sistema già di suo cerimoniale e rituale in quanto formato da una stratificazione di elementi strutturati, quindi codificati.
All’interno di questa premessa di fondo il rito è composto da una funzione ciclica legata alla morte e alla rinascita, nello sforzo di far emergere, dalle sue stesse ceneri sacrificali, «l’uomo “nuovo”».
Allo stesso modo si pone la sua danza che, prima come un gioco, come atto spontaneo, indaga una postura, la smantella, ne destruttura gli elementi, e poi come rito, attraverso lo sforzo fisico, l’invasamento e la tattilità con l’altro cerca di far emergere nuove strutture.
La danza di Virgilio Sieni si pone come rito per l’umanità in virtù della sua richiesta di reinvenzione di posture nuove, di nuove angolazioni di osservazione del corpo, nei suoi dettagli e nelle sue pieghe più profonde.

Carlo Errico

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