Sant’Apollonia e il Cenacolo di Andrea del Castagno

Fondato nel 1339 da Piero di Ser Mino per le monache benedettine, il monastero di Sant’Apollonia è stato uno fra i più grandi conventi femminili della città di Firenze. Tra il 1440 ed il 1441 sono stati compiuti lavori di ampliamento e ammodernamento in modo da annettere all’edificio anche l’abbazia di S. Maria a Mantignano e l’ospedale di San Pietro a Porta Pinti.

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All’interno del complesso, grande importanza ha l’affresco di Andrea del Castagno che ritrae l’Ultima Cena. Dipinto nel 1447, il Cenacolo è composto da più parti e da più livelli di rappresentazione. È possibile osservare nella parte centrale della parete ovest del refettorio l’azione della cena che viene consumata, mentre nella parte superiore si possono osservare le scena riguardanti la Resurrezione, Crocifissione e Deposizione. Particolarità presente nell’affresco dell’Ultima Cena è l’assenza di una parete anteriore che permette all’occhio del visitatore di riuscire ad andare oltre la delimitazione dei contorni disegnati. Tutto è curato alla perfezione e molto dettagliato, ogni elemento è raffigurato con cura e l’autore ne definisce le particolarità; basta osservare le tegole del tetto, il soffitto a quadri bianchi e neri che fungono da perimetro del grande affresco. Anche gli interni lussuosi, le anfore e le spalliere decorate con sfingi, i drappi con motivi floreali riportano indietro nel tempo, in un contesto antico in cui spicca la lunga tovaglia bianca che guida l’orizzontalità della scena.

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Gesù e gli apostoli sono seduti attorno al tavolo tranne Giuda che è collocato dall’autore più in là, seduto sopra uno sgabello, a raffigurare l’instabilità del personaggio, l’isolamento e la perturbazione d’animo. La sua fisionomia ricorda quella degli antichi satiri romani, o meglio le sembianze di Lucifero. Il rigore prospettico presente nell’affresco continua a essere rispecchiato negli elementi che lo compongono e aggiungono staticità e solennità alla scena, rievocata anche negli scritti del famigerato Leon Battista Alberti. La scena è doppiamente illuminata dalla due finestre disegnate all’interno dell’affresco, e dalla luce naturale proviene da sinistra. Oltre il tetto della scatola prospettica dell’Ultima Cena, che risulta avere un precedente trecentesco nel cenacolo di Santo Spirito di Andrea Orcagna, sono raffigurate la Resurrezione, la Crocefissione e la Deposizione nel sepolcro. Questi sono caratterizzati da colori più luminosi, più tenui che mettono in evidenza i corpi e i paesaggi, raffiguranti gli appennini toscani, e che simboleggiano la salvezza eterna. Gli angeli in cielo fungono da raccordo dell’intero disegno.

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Questa opera è stata riscoperta solamente nel 1891, quando il convento delle monache di clausura fu soppresso e le sue decorazioni sono state conservate grazie alla fondazione del “Museo di Andrea del Castagno”. Nel 1953 la parte superiore è stata staccata poiché si si stava deteriorando per via dell’umidità. Altra particolarità che emerge nello stesso anno è la scoperta delle sinopie utilizzate dal Castagno come base per l’affresco, in cui è evidente che l’unica scena inalterata è la Resurrezione.

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Cenacoli Fiorentini#5 – Cenacolo di Sant’Apollonia

Ancora una volta l’importanza artistica e storica viene utilizzata da Virgilio Sieni come monumentale intreccio tra i corpi e i gesti degli amatori, tra la storia e il presente, tra le rovine del passato, il senso delle macerie e quello che affiora dalle sfaccettature degli interstizi dei movimenti che costituiscono la coreografia Cenacoli Fiorentini_Grande Adagio Popolare.

Sant'Apollonia

a cura di Sara Fulco

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