Sacre-Preludio-Rito-Apocalissi

Ho riempito un quaderno di appunti, ma ora non li guardo. Lascio parlare il ricordo, come si è depositato, come è diventato emozione raffinata in analisi, immagine già sfumata ancora vivente.
Le sacre (coreografie Virgilio Sieni: Preludio di Daniele Roccato, Le sacre du printemps di Igor Stravinskij, Teatro Comunale di Bologna dal 7 all’11 marzo). Il Preludio con le note del contrabbasso che saggiano un’aria di piombo sulla quale riverbera il rossoinfero del tappeto di danza, dalle quali prendono vita membra informi, sovrapposte, una linea di corpi indistinguibili, poi braccia, gambe, torsi, nudità, un grumo che cerca di acquistare una forma ascoltandosi in un divenire faticoso, soggetto a cedimenti, a crolli, a perdite. Incalzano, intanto, le note, gravi, risonanti, aprono crepacci, mentre qualcuna delle sei donne, come dai Prigioni di Michelangelo, come dalla Pietà Rondanini, cerca di assumere fattezze, si distacca e cade nello spazio troppo grande oltre il gruppo, troppo vuoto, per ricercare l’àncora della massa delle altre. Apocalisse, mi dice una voce, forse quella che si gioca ogni giorno nei mari tra l’Africa e la Sicilia, forse la livida resurrezione dei morti del Camposanto di Pisa o di qualche altra raffigurazione antica; Apocalisse come rivelazione improvvisa, più che come fine, nuda vita svelata a sé stessa nell’atto del crollo, sull’abisso della disumanità (in cerca di umanità). Quei piccoli movimenti, quelle slogature che cercano appoggio, quelle pieghe che rivelano un dolore, che contengono una bellezza, una promessa di vita. Una ricerca, minuta, dell’altro.

preludio

Virgilio Sieni parla di «fessurazioni»: crepacci dell’umano? Tagli, aperture: per scavi, per rivelazioni. Il corpo, le sue stratificazioni, le ossa, i tendini, i muscoli, lo scheletro. Quello che ci fa muovere. L’archeologia dell’umano, l’ananke, il mechanos, la specie, la diversità, il fato che abbiamo inscritto nel DNA. E di contro quello che la storia ci riserva, nel suo scorrere, nei suoi scontri. Non riesco a togliermi di mente il mare di Sicilia. Forse perché l’artefice parla, nelle sue note sul libretto di sala, di donne in esodo (da dove? naufraghe in cerca della «fonte gioiosa del ‘noi’ del gesto» scrive Sieni). L’azzurro plumbeo del fondale, riverberato di rosso, mi rivela che la danza astratta, nel senso di non narrativa di Sieni, apre associazioni, folgorazioni, ipertesti vertiginosi: popola di immagini l’occhio (anche quello interno) dello spettatore. Pulisce lo sguardo dalle facili associazioni di significato, dal troppo semplice legamento in trame discorsive. E per questo sonda regioni profonde: la morte per acqua, l’infinito dettaglio pulsante di certi quadri di Brueghel (come i Giochi dei bambini), la ricerca di braccia che ti sostengano, l’abbandono come corpi sprofondati nell’acqua o sul marmoreo tavolo di una morgue, l’illividirsi delle membra, lo slancio in un cerchio di danza che ricorda la felicità carica di colore di Matisse, l’attesa di resurrezione a un corpo risvegliato, l’incupirsi, il prostrarsi, il distendersi, il legarsi con le braccia a sostenersi come un ponte, braccia come croci, come pinnacoli per captare segnali da un altro mondo, braccia in alto, come una resa al dolore del mondo (in cerca di rivelazione, di resurrezione della carne).
Dall’astrazione sboccia, grida, la lacerazione del nostro mondo, per oscuri numinosi frammenti, immagini irriducibili a linearità. Magma, dissonanza che cerca la cantabilità, come nell’ultima parte della bellissima composizione di Daniele Roccato. Lo stridore, il rombo, il terremoto prova a diventare requiem dolcissimo; l’incalzare assume respiro largo, per arrivare a riveder le stelle. (In scena, fenomenali, Ramona Caia, Claudia Caldarano, Patscharaporn Distakul, Sharon Estacio, Giulia Mureddu, Sara Sguotti.)

Le_sacre_prima_07-03-15_I4Q2578_©Rocco_Casaluci_2015

Avrei voluto non applaudire. Lasciare quel buio sulle braccia alzate più lungo, più intimo, silente. Guardare in faccia l’orrore (e la speranza). E invece urlo: «Bravo», a Roccato, batto le mani, preso dal rito collettivo, ammirato, e poi vado a parlare, nel foyer, come d’abitudine. Intanto entra l’orchestra. I musicisti scaldano gli strumenti, si accordano. Sono un’ottantina, meno del dovuto: sarà una strana trascrizione della Sacre di Stravinskij per orchestra ridotta. Non bellissima. Resa poco incalzante, poco nervosa dal direttore Felix Krieger, questa musica che sa di Elektra, che anticipa l’orrore del novecento, Metropolis e Turandot e le fanfare ruggenti delle adunate di massa e i Carmina martellanti di Orff. Ma il rito sboccia nella danza. Quando si riapre il sipario non capisco bene. Alla prima visione sono frastornato dai singoli corpi, sei uomini (Jari Boldrini, Nicola Cisternino, Maurizio Giunti, Giulio Petrucci, rafal Pierzynski, Davide Valrosso) e sei donne (le stesse del Preludio), sono rapito e confuso dalla foresta di movimenti. Mi perdo. Un’altra sera lo guardo dall’alto, troppo dall’alto, come in pianta. Colgo certe sfocature delle luci (incisive sempre, firmate Fabio Sajiz e Virgilio Sieni), sul tappeto color inferno, questa volta con un fondale nero che staglia di più i corpi, toglie l’opaca perturbante liquidità del primo quadro. L’inquietudine qui risiede altrove. Lo vedo, la terza sera, in piedi, centrale, sul fondo (privilegi del collaborare con la compagnia, vederlo tre volte: uno spettacolo bisognerebbe sempre rivederlo, da altra posizione, in diverso stato d’animo). L’ho capito, però la mattina, passeggiando nella mia periferia verso il supermercato, stupendomi vedendo, oltre una rete, tra la sterpaglia, un arbusto secco con alcune gemme pronte a esplodere.

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È un gemmare, uno sbocciare, una fioritura lenta e poi impetuosa La sagra di Sieni. Come la natura ha un movimento continuo, infinito, imprendibile, fatto di migliaia di pulsioni, che alla fine concretizzano una, cento, mille, un popolo di figure (di fioriture). La forma nasce da un pullulare franto, con le parti di ogni corpo che esplorano direzioni diverse, con ogni ballerino che trova l’altro, il cerchio, il gruppo, un gruppo più piccolo, il compagno, sé stesso, apparentemente allontanandosi, fuggendo, appartandosi. Incastri, moltiplicazioni, contrasti, cedimenti, cadute, riprese: così si forma il villaggio, l’agorà (la piazza della democrazia), la polis (il luogo dove gli scontri diventano energia e intento comune). Così il gioco, il rito, che non ha niente di accademico, di erudito, di filologico: è ricerca di altri corpi, di intese, di spazi propri che si esaltano nel gruppo. Ancora archeologia del gesto? Esplorazione di figurazioni. Qui acrobati e arlecchini picassiani, costellazioni, crocifissioni, magari a testa all’ingiù, e poi quel vibrare che porta allo sbocciare di gemme, di fiori, all’esplodere della natura, ma anche ricerca di un’energia nascosta o solo di linee, di cerchi, di piramidi, di figure colori alla Kandinskij che possiamo riempire poi come vogliamo, che soprattutto ci impongono di svuotare l’occhio dell’abitudine.
La danza astratta di Virgilio Sieni cerca il racconto in modo non banale: non è descrizione e forse neppure evocazione; è richiesta di reinventare la possibilità di guardare il mondo con occhi nuovi, di usare il corpo, di renderlo sociale.

Le_sacre_prima_07-03-15_I4Q2663_©Rocco_Casaluci_2015

L’Eletta, la sacrificata della Sacre di Stravinskij, qui non si staglia, non esce dal gruppo: è una parte del cerchio, dell’agorà, è una che sceglie il sacrificio, già destinata. Destino, ancora, e sfida, scoperta, verso quel territorio iperumano, infraumano (tutto inscritto nell’umanità, ma socialmente negato), che è l’aperto, laddove agisce la nuda vita. Ma una voce, ancora, complica tutto: mi risuona dall’antropologia, dalla filosofia della vittima sacrificale, dalla storia del novecento. Questa musica cerca il “primitivo” e scopre l’orrore delle masse vocianti, lasciate all’impulso, che mandano a morte. L’incalzare della macchina di Metropolis. La macchina: dimenticare il rovello della coscienza e (o) disumanizzarsi. Perché Sieni cita Primo Levi? «La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito». Guardare in faccia i propri riti. Il recupero necessario di sé in relazione al proprio corpo e ai suoi strati, agli altri, in ricostruzione di un’utopica comunità necessaria, il cerchio della violenza, novecentesca e ancora più recente, per cui in centinaia di migliaia hanno marciato alla distruzione altrui e propria in nome di qualche ideale che li eleggeva salvatori. Il paradiso dei kamikaze. L’Eletta. E il bisogno di scegliersi il rinnovamento nella comunità, nella continuità.
Sieni mette in scena, con rigore magico, il perturbante. Riporta l’alfabeto alla coreografia, destruttura il racconto rifiutando le gabbie della significazione, per aprirci agli abissi del senso, l’imprendibile tappeto delle voci di tutti i corpi, di tutte le cose e le azioni. «Poiché il bello non è nulla, / null’altro che, del terribile, principio che noi appena sopportiamo ancora, /e tanto lo ammiriamo, perché esso disdegna, quieto, /di distruggerci…».
Questa Sacre du printemps è un saldare i conti con il balletto moderno e anche con la danza contemporanea. Un ricercare, oltre le grammatiche, la forma del cerchio necessario, saggiandone tutte le fragilità. Lo stupore, l’infinita vertigine. I corpi – inguainati come sono solo in sottili impalpabili braghe (belli i costumi minimi di Giulia Bonaldi e di Sieni), di colore più acceso per l’Eletta (perfetta Ramona Caia) – i corpi alla fine si fanno lividi, come di fango. Come di morti in attesa di resurrezione. Apocalisse. Rivelazione. Si riforma il cerchio e si rompe tra controspinte di gruppetti e altri movimenti molecolari. E si ricostituisce, in tondo, e si blocca. Fermi. Come pali. Tutti con le mani alzate: in segno di resa o di invocazione?

Massimo Marino

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