La Sagra della primavera: uno sguardo storico

Sopravvivenza della memoria, rito, primavera russa, cultura popolare russa: c’è questo e altro nell’immenso sostrato de La sagra della primavera del compositore Igor Stravinskij, o, come furono battezzati i primi risultati della sua collaborazione con il pittore, scenografo, filosofo e antropologo Nicholas Roerich, Il grande sacrificio. Il progetto dei due, che prese via già dal 1910, era infatti tradurre in balletto i riti della primavera della Russia preistorica e il grande sacrificio delle tribù slave. La memoria di quel tempo antico sopravviveva nelle danze della semina e nei riti di fertilità contadini. Mentre Stravinskij ne ricercò le tracce nella musica popolare russa e lituana di Sergej Kolosov, Roerich studiò abbigliamento e stile di vita popolare russo, collezioni di opere d’arte e costumi come quella della principessa Teniŝeva a Talaŝkino. Sullo sfondo, le poesie di Sergej Gorodeckij sul sacrificio rituale. La svolta giunse quando Stravinskij inserì nella composizione le dirompenti e subitanee esplosioni dei ghiacci dovute al disgelo della primavera russa. Ne nacque un uragano assordante giunto dai secoli addietro.
Sergei Djaghilev e Stravinskij discussero la realizzazione del balletto, concordi nell’affidare la coreografia alla giovane stella dei Ballets Russes Vaslav Nijinskij, con l’aiuto di Marie Rambert. Stravinskij e Nijinskij sono in perfetta sintonia sulla danza: entrambi vogliono solo ballo, senza mimica. Sfidano regole e preconcetti con l’assenza di melodia che costrinse i ballerini a contare i passi nello stesso atto di compierli, i passi stessi così lontani dalla grazia del balletto classico (salti a piedi piatti e gambe tese, posizione ricurva, punte rivolte all’interno, passi strisciati) e la totale assenza di assoli, tranne il finale in cui l’Eletta danza fino a morirne per salvare il mondo. Elemento primario nella costruzione della coreografia furono i costumi di Roerich: ruote di fuoco, fasci di ramoscelli per incendiare le effigi, la ripetizione ritmica dell’elemento decorativo, tipica dell’arte popolare russa.

Rite_Nijinsky_originale

Rite Nijinsky originale

Alla prima del 29 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Elysées detrattori e sostenitori arrivarono persino ad azzuffarsi. L’assolo dell’Eletta Maria Spiltz li calmò, ma il finale, in cui l’Eletta viene portata via senza un’ombra di emozione dagli uomini, sconvolse ugualmente il pubblico.
I critici francesi lo stroncarono perché complesso e avanguardistico mentre tra gli inglesi vi furono pareri più gentili; si ipotizzò che Le Sacre avrebbero aperto le porte a qualcosa oltre la dolcezza e la sensualità. Djaghilev rifiutò di riportarlo in scena, e accusò Nijinskij di aver rovinato la compagnia. Solo a fine anni Venti si riaccende l’interesse per il Sacre; per alcuni studiosi esso è presagio dell’autodistruzione di un’intera società, e la sottomissione appassionata dell’Eletta ricorda lo sprone verso la morte di chi combatté nella Grande Guerra. Dopo la morte di Nijinskij, l’Eletta diviene la sua personificazione: il ballerino che danza fino alla follia, ma così vive.

Stefania Loppo

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