Un manifesto per la comunità

Come Alice che cade nella tana del Bianconiglio per ritrovarsi nel Paese delle Meraviglie, lo spettatore di Cena Pasolini, salendo i 5 scalini che lo porteranno nel salone del Podestà di palazzo Re Enzo, si ritrova in un altro luogo, sconosciuto ma meraviglioso, un altrove mistico e sacro. Novanta persone, persone normali proprio come noi spettatori, danzano, ma nessuno di loro ha niente in comune con l’altro, se non il Gesto.

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Corpi giovani e dinamici, corpi vecchi e lenti, corpi difettosi o esperti, corpi come voci. E sono proprio le voci a cappella della Corale di Carpi, dirette dal magistrale Giampaolo Violi, che ipnotizzano e permettono di annullare i nostri pensieri per farci trasportare in questo nuovo mondo creato da Virgilio Sieni. Le note che escono dalle loro bocche creano una risonanza particolare sui corpi dei partecipanti alle cinque Cene, la loro melodia li attraversa accarezzandoli per poi infrangersi sui nostri corpi. A questo punto è lo spettatore a dover compiere una scelta, a creare il proprio percorso in questa radura gestuale, a decidere cosa guardare. Una sofferenza mista a esaltazione perché sai che ti perderai qualcosa, ma allo stesso tempo sei cosciente che lo spettacolo che stai vedendo non lo vedrà nessuno a parte te, è unico, visto che è stato il tuo istinto a crearlo; in un certo senso Sieni ci permette di essere co-creatori della sua opera. C’è solo un momento durante il quale gli occhi del pubblico possono guardare nella stessa direzione, quando tutti gli “amatori” si muovono insieme lungo l’asse orizzontale del rettangolo che delimita il loro spazio di azione. Camminano lentamente allo stesso ritmo, compatti come un unico corpo, un corpo sociale che trova la forza di andare avanti insieme, segnando così una forte separazione con quello che ci siamo lasciati alle nostre spalle, con quello che troveremo tornando alla realtà: una società desacralizzata e demitizzata, che porta a sentirsi come degli esodati, degli estranei in casa propria. Cena Pasolini non è solo una composizione coreografica, è un manifesto per un nuovo sentire, un nuovo sentirsi parte di qualcosa, per riappropriarsi del concetto di comunità.

Cristina Tacconi

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