Cristina Rizzo: un Quartetto affidato al caso, tra rischio e fiducia

In un’atmosfera vibrante delle note di John Cage – Works for Piano – la scena si colora della forte presenza di corpi giovanissimi e fieri: enti autonomi in continuo ascolto e dialogo, si alternano in una fluida esecuzione coreografica che incarna lo spirito “aleatorio” su cui si fonda l’articolazione della messa in scena. Quartetto di Cristina Rizzo, andato in scena in prima assoluta venerdì 15 maggio a CanGo, è un tripudio di energia e presenza, tra sincronia, autonomia e consapevolezza dell’altro.
Il legame con gli Events di Cunningham, a cui la performance è liberamente ispirata, è molto labile e sottile: a parte iconici riferimenti – il libero utilizzo di elementi scenici come le sedie – il rapporto con Cunningham avviene sul filo della pedagogica trasmissione di un modo diverso di concepire la scena, in cui predomina un’idea di movimento inteso come pura forma.

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La performance si divide in quattro quadri diversi. A due elementi coreograficamente definiti, se ne alternano altri due più liberi, in cui le danzatrici, poco più che bambine, intessono un tacito dialogo tra gli impulsi dei loro corpi: si assomigliano, ma sono libere da una sincronia che le vorrebbe identiche. Il movimento del singolo passa da un corpo all’altro in un fluido crescendo, estendendosi nello spazio come figura autonoma. La sintonia tra le quattro giovani protagoniste è a volte marcata con una sorta di drammatizzazione dello sguardo, del sorriso, dell’accordo, in un astratto racconto della loro concreta presenza nello spazio e nel tempo.

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L’articolazione dei quadri è scelta di volta in volta attraverso un procedimento legato al caso: ogni sera prima dello spettacolo sarà il lancio dei dadi a definirne il sequenziale collegamento, dando vita a un’articolazione scenica ogni volta diversa. Tuttavia, la forza della casualità non riguarda solo la struttura superficiale dello spettacolo, ma pervade anche l’assetto interno della singola struttura coreografica che si dipana così fluidamente da sembrare un happening sospeso in un hic et nunc di cui ci sembra di far parte in maniera quasi viscerale: il tempo sospeso del caso ci assorbe in un orizzonte d’attesa scardinato da ogni possibile previsione.
La performance è stata preceduta da una breve introduzione di Lucia Amara, tesa ad approfondire il concetto dell’alea, del caso, del rischio. Il mito dell’alea – ripercorso attraverso la controversa storia etimologica di questa parola – è un’ottima metafora per concettualizzare la fatuità della composizione scenica, quel tentativo di mostrare come un movimento possa sgorgare da un angolo del corpo esule dalla volontà, in cui al classico rapporto tra causa ed effetto si sostituisce un quieto fluire di impulsi singoli e fiducia reciproca.

Francesca Gennuso

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