Intervista a Michele Rabbia. Tra le note della Commedia

Nel principio è la mia fine, nella mia fine è il mio principio… Con questo Incipit di T.S. Eliot nasce la collaborazione tra Virgilio Sieni e il multi strumentista Michele Rabbia. Tra i musicisti più creativi all’interno del panorama contemporaneo italiano, dopo aver studiato le percussioni classiche si trasferisce a Boston, dove frequenta il Berklee College of Music ed entra in contatto con i percussionisti Alan Dawson e Joe Hunt. Tra i musicisti italiani ha collaborato con Antonello Salis, Daniele Roccato e Rita Marcotulli partecipando a festival internazionali. Da due anni crea le musiche per diversi progetti di Sieni.

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In Divina Commedia_Ballo 1265 accompagna i numerosi interpreti avvolgendoli in una sonorità che fluisce nell’interstizio tra l’improvvisazione acustica e la modulazione del movimento corporeo.

Com’è nata e come si è sviluppata la collaborazione artistica con Virgilio Sieni?

Avevo già avuto esperienze con altri danzatori e coreografi, come Giorgio Rossi e Tery J.Weikel. L’incontro con Virgilio Sieni risale a due anni fa. Inizialmente l’ho contatto io perché il suo solo sulle Variazioni Goldberg di Bach mi aveva molto colpito. Da questo primo contatto è nato In an Open Field, un concerto-spettacolo che si è svolto a maggio del 2014 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. In scena c’era Sieni che danzava, io alle percussioni, Garth Knox alla viola e Daniele Roccato al contrabbasso. Dopo questa esperienza mi ha proposto di collaborare a Autunno/Primavera, lo spettacolo del Gruppo Butterfly Corner inserito nella rassegna Infanzia e città nell’ottobre del 2014 a Pistoia. È cominciata così.

prove ballo 1265 tepidarium1_© Sara Arfanotti

Prove di Divina Commedia_Ballo 1265 di Virgilio Sieni

Come ha lavorato alla composizione musicale per Divina Commedia_Ballo 1265?

Con Sieni c’è un tacito accordo; mi lascia totale libertà di movimento e di espressione. Chiaramente c’è un’affinità di linguaggi tra la musica e la danza. L’improvvisazione gioca un ruolo fondamentale, di volta in volta prendo ispirazione dalla coreografia generale andando in un secondo momento a definirne i dettagli, concentrandomi su certi particolari anziché su altri. Si crea una dialettica tra la coreografia, molto codificata e molto strutturata, e la parte musicale che invece è improvvisata; di conseguenza tutti gli spettacoli variano da una sera all’altra. Anche per Divina Commedia_Ballo 1265 non ho composto nessuna musica preordinata, ho visto la prova generale e ho cominciato a relazionarmi alla coreografia stessa.

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Pinocchio_leggermente diverso di Virgilio Sieni, musiche di Michele Rabbia

In Pinocchio_leggermente diverso dialogava con un solo performer mentre nel Vangelo secondo Matteo i partecipanti erano tanti. Che rapporto si crea con gli interpreti?

Una vera e propria sinergia, un elemento fondamentale. Per suonare all’interno di questi progetti uso il corpo come fonte di ispirazione: il lavoro degli interpreti indirizza la mia azione musicale, il mio tentativo di rendere sonoro il movimento. Si tratta di uno scambio paritetico, di un dialogo tra i performer, che devono mantenere una certa conformità di movimento e di linguaggio, e me, che in quanto musicista ho la possibilità di girare intorno alla coreografia, di entrare e uscire da questa forma organizzata.

In un’intervista ha dichiarato: “Non me la sento di definirmi un musicista di jazz”. Allora come si definirebbe?

Non amo le definizioni. Oggi il termine “jazz” non ha più ragion d’essere. Non voglio dire che il jazz è finito, ma un certo tipo di jazz non c’è più. Piuttosto c’è una riproposta di quello che è stato in passato in forme contaminate con l’etnica, l’elettronica, il pop, il rock… Nonostante la mia formazione e l’uso di strumenti particolari mi sento più attratto dal mondo musicale classico. Allo stesso tempo, però, suono con i jazzisti. Non disdegno nulla, ma non mi identifico con un genere, semplicemente suono e automaticamente vengo riconosciuto come un musicista.

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Qual è lo strumento che preferisce suonare e perché?

Ne uso tanti, non ho uno strumento preferito, ma quello che mi dà più possibilità in questo momento è la grancassa, intesa come tamburo, che per me è una superficie di risonanza, poiché su quella fluiscono tutte le cose. Gli strumenti mi piacciono un po’ tutti, mi stimolano a trasformarli: in Pinocchio_leggermente diverso ho suonato un violino ad acqua.

Le piacerebbe partecipare come danzatore non professionista a un’azione coreografica di Virgilio Sieni?

L’unica esperienza come “danzatore” l’ho fatta per In an Open Field: lì ho danzato, anzi mi sono lasciato danzare da Sieni. Poi ho sempre suonato, in futuro chissà.

a cura di Sara Fulco e Camilla Guarino

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